Basilico: faccio ritratti all’anima della città

P rendere una città e toglierle di dosso - ad una ad una - tutte le sue dimensioni, arrivare a non toccare più nulla, a stringere tra le dita solo il sogno di quella città: una fotografia. A volte accade senza volerlo, mentre si pensa di ritrarre con fedeltà una strada, uno scorcio, una periferia. E poi, ecco: la pellicola è sviluppata, stampata, e di tutta la realtà in cui si è audacemente camminato - cavalletto e obiettivi in spalla - rimane solo una singolare, inaspettata rêverie.
«Il paesaggio della metropoli» ci racconta Gabriele Basilico, fotografo di fama oramai mondiale, nato a Milano nel 1944, «è uno dei grandi temi della fotografia. Detto questo, il primo gesto del fotografo non è lo scatto, ma lo sguardo. Può darsi c'entri la mia formazione di architetto, forse l'influenza di Sironi, ma l'organizzazione dello sguardo per me è l'atto stesso della fotografia».
Quando è iniziato tutto?
«Ero al Politecnico, facoltà di architettura. La fotografia stava sostituendo il disegno e, in più, c'era il '68. Influenzato dal mito di Cartier Bresson e della Magnum, cominciai a fotografare quel che accadeva per le strade. Fui vicinissimo a voler fare il fotoreporter, come molti compagni di strada».
E invece...
«Miei film di quel tempo erano Z-L'orgia del potere o Blow up, più quest'ultimo, devo dire. In esso cominciava a mettersi in luce la professione del fotografo che viveva del suo. Non sono mai stato fotoamatore, iniziai con studi d'architetti e mi ci mantenni da subito, senza trascurare l'impegno sociale. Frequentavo la galleria Diaframma di via Brera, diretta da Lanfranco Colombo, ma anche Ugo Mulas, morto troppo presto nel 1973, e Berengo Gardin, che divenne mio maestro».
Poi, il passaggio verso scatti più artistici.
«C'era pudore a pronunciarla questa parola - arte - tra i fotografi. Allora si diceva fotografia di ricerca: uno dei miei primi lavori importanti fu su quel paesaggio urbano composto da quel tessuto di fabbriche medie e piccole alla periferia milanese. Durò due anni e mezzo, lo svolsi quasi scientificamente durante i fine settimana, soprattutto d'estate. Esposi questi "ritratti di fabbriche" al PAC, nel 1983».
Ma che ci trovava nelle fabbriche?
«Per prima cosa, avevo subìto il fascino della coppia di fotografi concettuali tedeschi, Bernd e Hilla Becher, che per decenni hanno fotografato edifici industriali a guisa di persone. Un'indagine tassonomica e archeologica divenuta nel tempo una opera d'arte pura».
Per seconda cosa?
«Amo i luoghi silenziosi, ma non completamente abbandonati. Un genere di malinconia per me fecondo. E poi avevo, e ho, un rapporto affettivo con quella Milano che dopo i '70 era già entrata nel post-industriale, nel terziario, senza tuttavia portarsi dietro un'identità forte. La fisicità della città era diventata quella di chi stava lì ad aspettare che il futuro arrivasse da solo. Penso che oggi stiamo uscendo da faticosi anni di non-ricerca, anche architettonica».
Simulazione antropomorfica: come vede il corpo di Milano?
«Frammentato, con bellezze nascoste ma anche sciatto. Una figura frettolosa e sensibile, che si muove in modo nevrotico e compulsivo, disperdendo energie, senza controllarsi, e che avrebbe bisogno di fare una full immersion di yoga per ritrovare l'equilibrio del proprio corpo. Da fotografare col grandangolo, anche se lo zoom, sebbene più adatto al cinema, ci permetta una lettura più analitica della realtà».
E la foto che accompagna questa intervista?
«Piazza Missori non è né bella né brutta, non ha architetture o edifici nobili. Ma in momenti di calma comunica un senso di armonia che solo pochi luoghi milanesi sono in grado di restituire. Lo percepisce l'occhio del fotografo, ma anche, forse con un po' di stupore, l'occhio di un passante curioso che cammina, senza fretta, una domenica mattina in una bella giornata di sole».