Il basket è D’Antoni, non Kobe

Bryant primadonna dei Lakers è il più narcisista giocatore del pianeta. Nei Phoenix di coach Mike corrono e tirano tutti

Nella tonnara dei playoff della Nba, che cominciano domani notte, c’è chi nuota, c’è chi affonda. E c’è chi se ne sta sulla spiaggia a osservare quelli che sudano. Ecco il cartellone e la prevedibile evoluzione delle cose.
San Antonio Spurs-Sacramento Kings. Finisce in fretta, i campioni del mondo in carica non possono avere problemi contro una squadra dipendente da due giocatori: il micidiale difensore Ron Artest (più famoso per le risse che per le stoppate) e il play Mike Bibby, capace una sera di segnare dieci triple consecutive e la sera successiva di non centrare neppure una vasca da bagno. Contro Parker (tutta da vedere la sua fidanzata Eva Longoria a bordo-parquet), Duncan, Ginobili, Finley, Bowen e Horry, i Kings diventeranno peones.
Phoenix Suns-LA Lakers. Tutta la vita Phoenix con Mike D’Antoni in panchina. Tutta la vita una squadra tosta con gente che corre e tira come Nash (uscito da un film anni 70 sugli hippies), Marion, Raja Bell più che i fighetti di Los Angeles con un santone usurato in panca (Phil Jackson) e il più antipatico e presuntuoso giocatore del pianeta in campo (Kobe Bryant). Kobe gioca da solo, Kobe è primadonna, Kobe fa ombra a Odom. Tutto vero, ma se i Lakers hanno una chance, è quella che Kobe segni 100 punti da qui a giugno.
LA Clippers-Denver Nuggets. Passano i Clippers, anche perché vedere la faccia di Corbelli (e di mezza Milano) con Singleton che avanza nei playoff sarà un piacere estetico. Denver ha una squadra tosta, ma troppo dipendente dalle lune dei suoi genietti Carmelo Anthony e Andre Miller. Quanto al centrone Markus Camby, di solito quando il gioco si fa duro colleziona più espulsioni che rimbalzi.
Dallas Mavericks-Memphis Grizzlies. Non c’è partita: Dallas è una corazzata (Nowitzky-Armstrong-Stackhouse-Terry), i Grizzlies invece sono Gasol-dipendenti. Il catalano è un fuoriclasse, ma un passaggio del turno di Memphis si può iscrivere solo con la dicitura «fenomeni paranormali».
Detroit Pistons-Milwaukee Bucks. Come sopra, chi ferma i Pistons? Chi taglia i capelli ai due Wallace? Chi oscura la vallata sotto canestro a Prince e Hamilton? Chi impedisce a Billups di segnare tirando dalla sua camera da letto? Non certo quelli di Milwaukee, neppure se fossero seduti su altrettante Harley Davidson.
Miami Heat-Chicago Bulls. Passa Miami, ma farà fatica. Perché Shaq non è in vena, perché Wade va a corrente alterna. E perché i nuovi Bulls sono torelli da rodeo, corrono e incornano chi si ferma a guardarsi l’ombelico. Nocioni e Gordon, brutti clienti.
New Jersey Nets-Indiana Pacers. È la serie più equilibrata. I Pacers venderanno carissima la pelle, ma alla fine Jason Kidd ruberà loro il portafogli. Con Vince Carter a fare da palo.
Cleveland Cavaliers-Washington Wizard. Passano i Cavs facile, anche se Arenas è un genio del basket. Le Bron James deve andare avanti, come Jordan dieci anni fa. Sennò la Nba non vende più cappellini firmati.
Dai playoff è rimasta fuori la squadra più interessante di questi ultimi tre mesi: gli Utah Jazz ricostruiti dal vecchio Jerry Sloan e capaci di far tremare Sacramento e Lakers sino alla fine. Con Boozer ritrovato sotto le plance, Williams a dettar legge in regìa e addirittura Kirilenko guardia, hanno costituito il fenomeno tecnico di primavera. Naturalmente le riviste di basket non ne hanno parlato. Perché? Perché è più facile e comodo buttar via aggettivi su Bryant.