«Il basket italiano deve ritornare a scuola»

TorinoEmigrante di successo da dodici anni, prima in Spagna e poi in Russia. Sergio Scariolo, uno scudetto del basket vinto a Pesaro e quattro trofei in Spagna (con Tau Vitoria, Real Madrid e Malaga), è oggi allenatore del Khimki, squadra russa che in questi giorni è a Torino a giocarsi la Final Eight di Eurocup. Da qualche mese, è anche ct della Spagna campione del mondo.
Insaziabile?
«No, innamorato del mio lavoro. E, visto che la Federazione spagnola mi aveva già cercato prima delle Olimpiadi, ho accettato volentieri la corte».
Cosa la spinse a lasciare l'Italia nel 1997, quando ancora non era una moda lavorare all'estero?
«La sensazione che purtroppo il nostro basket stesse prendendo una brutta piega. Io volevo restare al top e conoscere realtà nuove: penso di avere fatto bene».
Da lontano, che idea si è fatto del nostro basket?
«Non so se il peggio sia alle spalle. Qualche timido segnale di miglioramento c'è, ma temo si tratti di casi isolati. Manca un disegno globale che parta dalla scuola».
Si continua a litigare sul numero degli italiani da mandare a referto: la sua idea?
«Copiare la Spagna: 5 indigeni, altrettanti europei e 2 extraeuropei. Funziona, garantisco: i giocatori migliorano e sono stimolati dal confronto e dalla competitività».
Si fa un gran parlare della possibilità che Ettore Messina vada ad allenare a Toronto, nell'Nba: glielo consiglierebbe?
«Lui è pronto per fare il salto, bisognerebbe vedere se lo è l'Nba. A livello tecnico, avendo lavorato per un mese con New Jersey, posso dire che il gap tra i migliori tecnici europei e quelli statunitensi non esiste. Il problema è tutto il resto».
Ovvero?
«Ettore imporrebbe la massima cultura del lavoro e non ammetterebbe alcuna concessione alle stelle. In più, dovrebbe impratichirsi con tutto ciò che è di contorno per noi ma fondamentale oltre oceano: conoscenze, pressioni, mille fattori esterni. Io faccio il tifo perché vada. Dipende da come ragionerà Toronto: dopo un'annata negativa come questa, potrebbero voltare decisamente pagina ma anche puntare su un coach fatto in casa».
Si autocandida?
«No, anche se non escludo mai nulla. Di sicuro, per convincermi, ci vorrebbe un progetto di media-lunga scadenza: andare in una franchigia perdente con poche tutele contrattuali equivarrebbe ad affrontare una guerra atomica con il fucile».
Rimaniamo a Toronto: che ne pensa di Bargnani?
«Tutto il bene possibile. Non capisco cosa si voglia di più: è migliorato tantissimo sotto tutti i punti di vista».
L’Italia invece non sa se parteciperà ai prossimi Europei...
«Recalcati dovrà dare e pretendere chiarezza: chi accetterà la convocazione, dovrà spendersi per l'azzurro fino all'ultima goccia di sudore. Altrimenti, stia a casa».
E se un giorno dovesse affrontare l'Italia da avversario?
«Durante gli inni mi verrebbero i brividi: dopo la palla a due, però, passerebbe tutto».