Il basket piange Sales, un barone in panchina

Oscar Eleni

Abbracciato a Magda, la sua compagna, ha esalato l'ultimo sospiro, lasciandoci soli, ma dopo aver visto Riccardo Sales, il barone, lottare con una dolorosa fine che non gli lasciava autonomia, siamo sereni, perchè ora preferiamo che ci manchi piuttosto che dimenticarlo. Questo mai.
Resta nel cuore della gente che ha vissuto con lui, resta per sempre nella storia di uno sport, il basket, che ha avuto il privilegio di averlo come grande allenatore, 22 stagioni in serie A, uomo dal tocco classico, un esploratore dell'anima che ha fatto tanto e meritava molto di più.
Se ne è andato sereno, ma tormentato dall'idea di essere ancora in causa con una Federazione che fino all'ultimo ha fatto prevalere la sua aridità, capace oggi delle condoglianze, ma senza un rimorso. Quella federazione che voleva umiliarlo anche se per loro aveva lavorato tanto, contribuendo a successi storici. La mente giusta per il volo di Sandro Gamba nell'argento olimpico di Mosca 1980, l'oro europeo di Nantes 1983, del bronzo continentale a Stoccarda 1985, capo allenatore della femminile che nel 1995 vinse l'euroargento a Brno e l'oro delle Universiadi a Fukuoka, il primo a vincere una partita olimpica con le azzurre ad Atlanta, ma poi venne il buio, volevano umiliarlo e lui reagì con l'orgoglio che ne ha fatto un personaggio straordinario del suo sport.
Eravamo d'accordo che non ci saremmo mai lasciati in una domenica di campionato, soprattutto adesso che la Benetton, che aveva diretto dal 1986 al 1990, gli aveva ridato speranza e responsabilità nel settore giovanile, avevamo tanti giorni da scegliere, ma Riccardo ha scelto questa domenica, dopo una vita dedicata al basket più che all'architettura, partendo, come allenatore, dagli allievi del Lamber, camminando a schiena dritta fino al massimo livello, l'All'Onestà che sfidava il grande Simmenthal e rimase al vertice per stagioni memorabili, i capolavori di Brescia e Gorizia, poi Treviso, Trapani, dove chiuse per andarsene alla femminile, ha voluto sorprenderci come quando ci siamo conosciuti davvero, dopo il corso allenatori con il professor Guerrieri, nella cameretta romana della vedova Alice Feller, dove il gruppo Milano, con Bianchini, Paolo Viganò, Innocenti, Santinoli, si era accampato per seguire lo stage di Lou Carnesecca. I suoi appunti non dovevano neppure essere stampati, erano già pubblicabili. Mano felice, anima grande, un tipo di uomo che nello sport non incontri spesso, un tipo di amico che non dimenticherai mai.
Andarsene quando il campionato sceglie le sue finaliste, forse non voleva più vedere soltanto dalla televisione, ha scelto un posto più alto. Si è spento abbracciato al suo amore, guardando negli occhi Filippo ed Andrea i suoi ragazzi, cercando ancora l'ironia mentre decideva che non valeva più la pena battersi, mentre gli occhi si velavano. Arrivederci caro amico, non ti dimenticheremo e tienici un posto come quando si andava al lago di Bracciano per la carbonara purificatrice dopo tanto lavoro in palestra, sui campi, in una 500 per andare a vedere giovani in giro per l'Italia.