Basso in Francia sfida Ullrich e i soliti Touristi

Sabato il via in cerca dell’erede di Armstrong: Ivan favorito in salita, il tedesco a cronometro. Poi ci sono gli specialisti del mese di luglio

Cristiano Gatti

Bisognerà che il Tour allarghi il leggendario podio sui Campi Elisi, vista Arco di Trionfo: da come la raccontano i sicuri candidati alla vittoria, serve una mezza piazza d'armi. Ogni anno, ormai da diversi anni, la stessa storia: non li si vede mai in giro per il mondo, tutta bella gente da foto segnaletica su «Chi l'ha visto?». Ciascuno allega la stessa giustificazione: sto preparando il Tour. Come Armstrong, che poi effettivamente vinceva. Gli altri, invece, regolarmente battuti: tre settimane di lavoro all'anno, pure quelle a perdere. Eppure, tutti irremovibili sull'irremovibile teorema: chi vuole vincere il Tour deve preparare solo il Tour. Già erano fissati prima, quando matematicamente perdevano: figuriamoci adesso, che Armstrong non c'è più.
Rieccoli tutti qui, i desaparecidos del grande ciclismo. Ciascuno sicurissimo che stavolta sarà la volta buona. Si preparino, i falegnami del Tour: per ospitare i vincitori di quest'anno, servirà un podio formato assemblea. Vinokourov, Hincapie, Landis, Valverde, Popovich, Leipheimer, Mayo, Menchov: e sono soltanto i più importanti. Con la sola eccezione di Valverde, che comunque ha vinto superclassiche, tutti decisi a giocarsi l'intera stagione - e anche un po' di reputazione - su questo acrobatico dogma del Tour corsa unica.
Peccato che tante granitiche certezze siano brutalmente messe in crisi proprio dai due favoriti più autorevoli: Ullrich e Basso. Cioè a dire i campioni che si sono bellamente spesi molto prima del Tour, il tedesco correndo da battuto il Giro d'Italia e vincendo poi quello della Svizzera, il nostro dominando la grande corsa rosa. Allora, chi ha ragione? Senza bisogno di risalire ai tempi di Indurain e di Pantani, capaci di vincere Giro e Tour, bastano Ullrich e Basso per dimostrare che la premiata ditta dei desaparecidos ciurla nel manico. Chi ha talento, chi ha voglia di lavorare, può impegnarsi su entrambe le trincee. È' dura, è stressante, ma non è impossibile. Già l'anno scorso Basso è andato vicinissimo a scardinare la furbesca certezza, perdendo il Giro per un accidente e arrivando poi subito alle calcagna di Armstrong nella corsa francese. Quest'anno riparte da una posizione di netto vantaggio: avendo il Giro in cascina, corre sgravato di molte pressioni. Non ha l'ossessione di arrivare primo. Già arrivare secondo sarebbe comunque una rispettabile combinata. Però attenzione: Basso non è uomo che si accontenti. Ha una tale fame arretrata, che ci vorranno molti Giri e molti Tour per saziarlo. Guarda caso, rompendo la tradizione di tanti vincitori rosa subito affogati nei baccanali dei festeggiamenti, lui ha smaltito in pochi giorni e poi s'è buttato - alla Armstrong - nelle ricognizioni e nella preparazione del Tour. Se perderà, non sarà per bagordi. Questo è certo. Se perderà, sarà per altri motivi. Certo, magari per l'enorme spesa sostenuta nel Giro d'Italia più duro dell'ultima era (in questo caso, sì, sarebbe costretto in futuro a scegliere). Ma più che altro, se perderà, sarà per la combinazione avversario-percorso: nel caso specifico, questo Tour poco montagnoso e molto cronometroso, disegnato apposta per Ullrich.
Il ragionamento è subito spiegato: Basso è (molto) più forte di Ullrich sulle grandi montagne, Ullrich resta (un po') più forte di Basso a cronometro. Purtroppo, l'edizione 2006 del Tour è sbilanciata sulle prove del tempo (prologo di 7 km., due tapponi da 52 e da 56), ai danni di quelle in altura (tre i veri arrivi in salita: uno sui Pirenei e due sulle Alpi). I conti sono velocemente fatti: se Ullrich è appena decente in salita, cioè capace di limitare i danni, tocca a lui il ruolo del favorito. Dopo una cifra inverosimile di secondi posti alle spalle di Armstrong, gli spetta pure di diritto.
Il resto è a sorpresa. Vai a sapere quale, dei desaparecidos, sarà davvero in grado di reggere il ruolo. Valverde è il talento puro, ma ancora non si sa quanto sia la tenuta. Menchov e Popovich erano promesse, adesso è ora si tolgano il bavaglino e facciano gli uomini. Landis, Leipheimer, Hincapie, Mayo: vecchie lenze che sono sull'orlo del tempo scaduto, o stavolta o mai più. Savoldelli: onorerà la sua presenza, perché è atleta serio. Simoni: dopo tanto parlare, deve dimostrare quale sia il suo livello internazionale (a 35 anni, già appare un poco in ritardo). Resta Vinokourov, decisamente il cliente più carogna: le vicende doping della sua squadra spagnola, risolte col salvataggio da parte dei petrolieri del suo Kazakistan, lo mettono sul piano della tensione e dello stress, tutti elementi che al Tour non hanno mai aiutato. Sempre che poi sia al via: già escluso come indesiderato dagli organizzatori, potrà correre solo se glielo permetterà il Tas (tribunale sportivo).
Una cosa è certa, escludendo dal discorso Basso e Ullrich: per uno che vincerà, tutti gli altri saranno chiamati a fornire qualche spiegazione, visto il costosissimo rapporto ingaggio-benefici sostenuto dal signor sponsor. Se poi qualcuno dei desaparecidos, di fronte all'ennesimo fallimento, fosse chiamato a tornare tra i ranghi di un dignitoso gregariato, nessuno di noi avrebbe molto da ridire.
L'ultimo pensiero per Cunego: parte per la Francia come uno studente in vacanza-studio all'estero. Alla prima esperienza, nessuno può chiedergli niente: da Indurain a Pantani, da Armstrong a Basso, tutti hanno dimostrato come il Tour sia materia ostica, che richiede almeno due o tre anni di severa applicazione. E soprattutto molti miglioramenti a cronometro. Con Cunego siamo solo al primo impatto. L'importante è che non rimbalzi.