Basso prosciolto dalla Procura antidoping

Finito l’incubo per il vincitore del Giro: «E se qualcuno tira ancora in ballo questa storia, lo querelo»

da Cassano Magnago
«Dopo la salita c’è sempre la discesa. E mai come questa volta desidero lasciarmi andare giù, senza pedalare, dopo tanta fatica e tanta attesa. Ho voglia di leggerezza, di liberarmi la testa dai pensieri. È stata dura, durissima. In questo ultimo mese mi sono trovato spesso a pensare a Marco Pantani, alla sua parabola di uomo e di sportivo. A quello a cui è stato sottoposto: ho capito che c’è tanta gente che tira conclusioni senza sapere nulla di te e della tua storia. C’è tanta superficialità, soprattutto c’è troppa invidia e cattiveria».
Ivan Basso ci accoglie nella villetta di Cassano Magnago, che in questi tre mesi è diventata una fortificazione invalicabile. Qui ha atteso l’epilogo di questa triste vicenda, chiusasi ieri nel primo pomeriggio con il pronunciamento del capo della procura antidoping del Coni, Franco Cosenza, il quale ha chiesto l’archiviazione del procedimento disciplinare nei confronti del vincitore del Giro d’Italia. Non è stata una passeggiata: non è stato facile mantenere i nervi saldi in questi mesi. Ma sul volto di Basso torna il sorriso, anche se adesso c’è da vedere cosa deciderà di fare l’Uci e soprattutto cosa deciderà di fare la Csc, la sua squadra, che teme ritorsioni legali dal corridore.
«Ma la cosa non mi preoccupa – ci dice il vincitore del Giro -. Mi sono incontrato con Riis. Sono convinto che al momento opportuno una via di uscita la troveremo. In questi mesi ho letto tante cose brutte, ma Bjarne con me ha sempre parlato in un certo modo e voglio credere a quello che lui mi ha detto in faccia».
Basso ripensa al Tour, a quell’albergo da cui è uscito passando da una porta secondaria. «Non avrei dovuto lasciare in quel modo, per rispetto dei miei tifosi, per rispetto dei tantissimi giornalisti che erano lì ad attendermi, per rispetto anche e soprattutto della mia persona. Io mi sono sempre fidato di Bjarne Riis, e anche in quell’occasione, sbagliando, gli ho dato retta. Ricordo che restammo in camera mia circa un’ora. Lui veniva dalla riunione delle squadre: avevano deciso di escludere dalla corsa i nove corridori che erano sospettati di aver avuto a che fare con Fuentes. Mi chiese con il cuore in mano e gli occhi lucidi di tornare a casa, per il bene della squadra. Con questo provvedimento le squadre pensavano di togliere pressione sulla corsa più importante del mondo: non è stato così. Io con il groppo in gola accettai. Riis mi disse: “Ivan, non parlare con nessuno, esci dal retro dell’albergo e al resto ci penso io”». Ma una volta arrivato davanti ai taccuini e alla telecamere di mezzo mondo Riis non ha trovato altre parole di quelle pronunciate: «Ivan torna a casa, la sua situazione è molto grave, speriamo che riesca a dimostrare la propria estraneità».
Bel modo di sostenerla...
«Effettivamente... Uscivo dal retro come un ladro e dentro di me sentivo che facevo una cosa che non andava assolutamente fatta. Io avrei voluto semplicemente andare davanti ai giornalisti per dire che io in questa storia non c’entravo, che andavo a casa a malincuore ma che presto avrei spiegato tutto. Invece ho fatto la figura di chi voleva nascondere qualcosa: non era nelle mie intenzioni».
L’ha sentito regolarmente Riis?
«Certo, in più di un’occasione».
Cambierà squadra?
«Guardi, è ancora presto per parlare di queste cose, anche se non vi nascondo che di contatti ne ho più d’uno».
Torniamo all’Operacion Puerto: lei Fuentes lo conosce o no?
«Lo conosco perché per tanti anni è stato un medico di un team professionistico (la Kelme, ndr). Lo conosco perché il gruppo ne parlava, ma io non ho mai avuto a che fare con lui».
Però ci sono quelle due intercettazioni telefoniche, tra Fuentes e Labarta, che parlano di lei...
«Parlano in codice, non di Ivan Basso. In una intercettazione il tecnico della Comunitad Valenciana dice a Fuentes: “Birillo è arrivato a 16”, con Gilberto Simoni. Si riferisce, per gli inquirenti, alla tappa di Saltara del Giro di quest’anno. Bene. Quel giorno a 16” arrivarono Simoni, il sottoscritto, Gontchar e Rebellin. Perché Birillo dovrei proprio essere io?».
I suoi detrattori dicono: sei lei non c’entra nulla con questa vicenda, perché non ha chiesto l’esame del Dna?
«I miei detrattori dovrebbero sapere che non è così facile, non tanto per me, ma per la magistratura spagnola, che in questa vicenda si è anche espressa di recente inviando un documento a firma del giudice istruttore di Madrid che ha chiarito che non ci sono certezze sull’identità delle persone coinvolte e che non trasmetterà mai i documenti per istruire procedimenti disciplinari e soprattutto esclude l’Uci come parte in causa. In parole povere il giudice ha detto: il processo è nostro e riguarda solo cinque nostri imputati, che sono accusati di attentato alla salute pubblica, del resto non ci interessa niente. Io, ad ogni modo, mi sono sempre reso disponibile ad un test del Dna e l’ho confermato anche davanti al procuratore capo del Coni Franco Cosenza, ma a condizioni ben precise: che le sacche siano state ben conservate; che non siano state manipolate dall’esterno; che sia stata usata l’esatta procedura di scongelamento; che la sacca sia, per decisione del giudice, certamente attribuibile ad un individuo identificato. In parole povere il giudice deve dirmi “il sangue è tuo”, e sarò io a dimostrare il contrario. Come in uno stato di diritto, dove prima c’è una accusa e poi una difesa, dove è l’accusa che deve provare la mia colpevolezza e non io la mia innocenza. Ma vi dico di più, oltre ad aver dato la mia disponibilità per un eventuale esame del Dna, io ho fornito alla Procura un esame tossicologico da valutare e confrontare con la mia cartella clinica da quando sono corridore, che dimostra che non c’è mai stata alcuna manipolazione».
Tra i documenti che l’avrebbero messa al centro di questo scandalo, c’è anche un fax con scritto a penna Ivan Basso...
«Un fax bianco con sette nomi, senza intestazione, data, tutto scritto a mano e che nemmeno si sa se è mai stato inviato. Se uno ha voglia di rovinare una persona basta davvero poco».
Cosa l’ha ferita di più?
«C’è l’imbarazzo della scelta. In questi mesi ho davvero potuto vedere un bel campionario di umanità e ipocrisia. Alcuni giornali, tra i più autorevoli, non si sono sforzati minimamente di chiedersi se tutto questo non era un equivoco, se c’erano i presupposti per fare una cosa del genere. Per cento giorni mi hanno processato e in pratica mi hanno messo alla gogna. Poi è girato il vento, hanno sentito puzza di bruciato e hanno cercato di calibrare il tiro. Ma ormai avevano sparato, e io i colpi me li ricordo bene, in maniera nitida. Così come certe telecronache del Tour. Un Tour che è stato raccontato come finalmente pulito e più umano... come dire: senza quei nove, ora sì che si può davvero voltare pagina».
Nel gorgo delle inchieste e delle intercettazioni è finita anche Elisa, sua sorella.
«Guardi, io so davvero poco di questa vicenda. Posso solo dire che Elisa ha la sua vita. So che è stata raggiunta da un avviso di garanzia per un’inchiesta su alcune palestre. Mi ha detto che la perquisizione ha dato esiti negativi ed è molto serena. Anche in questa occasione, però, molti giornali non hanno risparmiato il sottoscritto».
Cosa le ha insegnato questa storia?
«Che la parola amicizia è una cosa seria e la si deve centellinare e usare solo in casi rarissimi. Io ho sempre creduto che il mondo fosse tanto buono. Sbagliavo».
Ha mai pensato di dover porre la parola fine alla sua carriera? «E perché mai? Io ero e resto fiducioso della giustizia. Ho avuto tanti momenti di sconforto, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. È stata più dura di una scalata sul Mortirolo: questo ve lo assicuro. Io sono un uomo che ama profondamente la propria professione. Sono uno dei primi corridori al mondo ad avere promosso e aderito ai controlli a sorpresa già da tre anni. Chi mi conosce può confermarlo: bici, tanta bici, solo tantissima bici».
Sa che anche se i tribunali sportivi le hanno dato ragione ci sarà sempre chi tirerà in ballo questa storia?
«E io reagirò come avrei dovuto reagire fin da subito: con delle belle lettere dell’avvocato».
Come si immagina il prossimo anno?
«In bicicletta, al Giro e al Tour. Correrò per vincere. In particolare in Francia, dove sono stato cacciato come un appestato».