Bassolino, l’ombra di una truffa da 200 milioni

«Il suo ruolo gli imponeva di controllare»

nostro inviato a Napoli

Dal rinascimento napoletano ai disonori da basso impero. La stella cadente di Antonio Bassolino, ex commissario «d’a munnezza» indagato per truffa, frode e abuso d'ufficio, sta spegnendosi inesorabilmente mano a mano che le carte dell'inchiesta sulla malagestione dei rifiuti in Campania vedono la luce.
Dalle ombre di favoritismi e contiguità con la Fibe - la società dell’Impregilo vincitrice del maxi-appalto per la raccolta e lo smaltimento della spazzatura - si è toccato il fondo buio con le presunte raccomandazioni clientelari nella struttura commissariale di cui parla quella stessa procura partenopea che ha già provato a spedire alla sbarra il presidente della Regione nei procedimenti penali sui telefonini, i Boc, la Gesac, la rottamazione, le nomine dei dirigenti, la privatizzazione dell'aeroporto e via discorrendo.
Con i rifiuti, però, le cose sembrano mettersi male per l’esponente dei Ds che avrebbe tenuto «atteggiamento radicalmente diverso da quello dovuto». Un atteggiamento ricollegabile, scrivono i magistrati, ad una mastodontica truffa da oltre duecento milioni di euro. Così calcolata: cento milioni per trasferire fuori regione, finanche all’estero, la spazzatura accumulata che si sarebbe dovuta invece raccogliere, smaltire e riciclare in casa. Altri cento milioni spesi dai Comuni per trasportare i propri sacchetti negli impianti della società. Nel primo caso - si legge nella «richiesta di misure interdettive» dalla contrattazione pubblica delle società del gruppo Impregilo - il guadagno improprio della Fibe sarebbe evidente in quanto «ha risparmiato costi che per contratto avrebbe dovuto sostenere». Nel secondo si tratterebbe di crediti illegittimi poiché «il servizio per il quale devono essere erogati non è stato mai pagato». Se il contratto con la Fibe prevedeva il rispetto di regole ferree, inderogabili, rescindibili in caso di inadempienze, al contrario il commissario Bassolino avrebbe tollerato qualsiasi trasgressione ponendo in essere «comportamenti assolutamente distonici rispetto ai propri doveri e alle proprie prerogative giustificandole in quella “emergenza” che proprio il puntuale e corretto esercizio dei poteri-doveri era preordinato a fronteggiare». L'emergenza-rifiuti, dunque, per il vicerè di Napoli sarebbe stata una scusa, un «paravento» dietro cui occultare le magagne della Fibe. Autorizzata di fatto «a modificare gli impianti per lo smaltimento dei rifiuti dopo aver vinto la gara d'appalto», a infischiarsene «del corretto svolgimento del ciclo dei rifiuti», a stoccare ugualmente le cosiddette ecoballe da inviare in altri impianti «in attesa della costruzione dei termovalorizzatori». Tutto ciò sarebbe avvenuto - insistono i magistrati - nonostante vi fossero comunicazioni allarmanti da parte degli organismi di vigilanza. Ma l'azione pro-Impregilo del Governatore non si sarebbe limitata all'inerzia. Al contrario, avrebbe assunto connotati specifici «mediante la redazione di provvedimenti che hanno direttamente agevolato le inadempienze delle ditte affidatarie». Bassolino si è difeso sostenendo l’insostenibile: ha detto che firmava gli atti senza leggerli e che il suo incarico al Commissariato era di natura politica e non amministrativa. La procura pensa esattamente il contrario: è di tutta evidenza, osservano i pm, «che il ruolo amministrativo imponesse a Bassolino di sovrintendere personalmente alla cura della gestione del servizio». Quanto alla dichiarata separazione di responsabilità, questa non esiste in quanto dalla presidenza del Consiglio dei ministri il signor Bassolino «era stato preposto a un organo amministrativo e non politico». Sta di fatto che se l’immondizia cresceva di pari passo alle evidenti inadempienze della Fibe, lui si sentiva (politicamente) autorizzato a non vedere, a sentir poco, a parlare d’altro.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it