Bassolino, l’ulcera inguaribile che divora il Pd

Dicono che finirà con una nuova «Walterloo», col segretario costretto a cedere le armi all’astuto líder Maximo. Per il momento, la battaglia delle battaglie del Pd si combatte sulla linea del Piave, con i due eserciti interni a fronteggiarsi in attesa della mossa successiva. Una guerra di nervi che mobilita le armate su ogni fronte, uno degli ultimi è stato quello dalla Rai, i veltroniani schierati con il dipietrista Leoluca Orlando, i dalemiani primi indiziati del sostegno a Riccardo Villari, non a caso condannato all’esilio.
Ma è al Sud, in quel di Napoli, potenza di un partito più borbonico che austroungarico come lamenta inascoltato Sergio Chiamparino, che le divisioni stanno in trincea. Di qua Veltroni, che da nove mesi tenta di espugnare la corte di re Bassolino. Di là D’Alema, che difende il fortino. E non deve trarre in inganno il fatto che si tratti di un regno costruito su una montagna di rifiuti, perché chi vince, qui, afferma la leadership, e fa prigionieri tutti gli altri. Il primo a sparare, tanto deciso da non pronunciare un solo «ma anche», era stato il segretario. Era il primo marzo scorso, don Antonio era appena stato rinviato a giudizio per irregolarità nel ciclo dei rifiuti e Walter, in piena campagna elettorale, aprì il fuoco: «Sono sicuro che Bassolino farà la scelta giusta». Seguirono immediate le bordate della fanteria, «fossi in Bassolino mi dimetterei» consigliò Follini, «dia un segnale di responsabilità» invitò Fassino, e scese in campo l’artiglieria dei valori, «si faccia da parte o ci farà perdere voti» sferzò con la consueta eleganza Di Pietro. Macché. I dalemiani gettarono olio bollente dalla torre mentre Bassolino parlava da condottiero: «Non è il momento di disertare, ma di combattere e restare in campo».
Uno a zero e poi ecco ricominciare la guerra di posizioni. «Del Mezzogiorno ci occupiamo noi», fu l’avvertimento dei dalemiani al momento di decidere le liste elettorali. E così fu, con il generale Max in prima linea a casa sua, in Puglia, ma anche lì, in Campania, facendosi seguire solo un mese dopo dal suo più fidato consigliere, Claudio Velardi, che agli inizi di aprile divenne, guarda un po’, assessore al Turismo della giunta regionale.
Un mese così, con un Veltroni sempre più in difficoltà, le sue truppe a domandarsi ma che gli piglia, perché non reagisce, lui incapace di uscire dall’angolo. Come quella volta che, era il primo aprile ma non era uno scherzo, un perfido Mauro Mazza direttore del Tg2 gli domandò secco: «Vorrà Bassolino sul palco del comizio a Napoli?». Il leader a due passi dal voto rispose con lingua felpata che sì, cioè no, «francamente non ho pensato al palco», e poi insomma basta con «la crocefissione» ma anche no, ché «gli amministratori devono restare lì finché dura l’emergenza, e poi si deve aprire una fase nuova».
Fu proprio a Napoli che venne firmato l’armistizio. Al comizio elettorale il segretario non invitò ’o governatore sul palco, epperò, incalzato da Roberto Saviano, e al volto simbolo della lotta alla Camorra mica puoi infilargli due dita negli occhi, gli devi rispondere, ecco, incalzato da Saviano, Veltroni si lanciò in un’arringa pro-bassoliniana: «Basta coi processi a una sola persona», potenza, raccontano i bene informati, di quella telefonata che Bassolino fece a D’Alema: «Devi fargli capire, a Walter, che se mi mollano sono guai per tutti. Crollo io, crolla il mondo». È questo il punto di forza di don Antonio, e lui lo ripete come un mantra anche in questi giorni: «C’è il rischio che il Pd si divida in due». Deflagrazione, insomma. Così, il governatore è sempre più forte e lo ostenta in continuazione. In agosto fu lui a lanciarsi lancia in resta contro il leader, opponendosi alla raccolta firme «Salva l’Italia» perché «come potrei firmare un appello per salvare l’Italia da un governo con il quale giustamente collaboro nell’interesse dei cittadini?». Boicottaggio riuscito, a Napoli solo in 140 firmarono la petizione. Poi, il 25 ottobre, disertò il Circo massimo, stesse motivazioni di cui sopra.
E a poco valgono, par di capire, le truppe che arrivano in soccorso del segretario, l’Espresso che parla di «Compagni Spa» e il giurista Zagrebelsky che punta il dito sui «cacicchi del Pd». Bassolino fa spallucce. Aveva detto in aprile che se ne sarebbe andato entro un anno. Ma adesso che l’anno sta per scadere, a Veltroni che sulla questione morale esprime solidarietà al sindaco Iervolino e non a lui, risponde così: «Andarmene? No, sarebbe contro l’interesse generale». E comunque «non tocca ai partiti, da Roma, decidere il destino di una grande Regione». E D’Alema? Fa intendere che la battaglia finale non è ancora arrivata, ma arriverà: «Se avessi voluto che Veltroni se ne andasse, semplicemente glielo avrei detto». Nel frattempo apre a un «patto» col governo sulla riforma della giustizia. E ha un sorriso poco rassicurante.