"Basta affari": Rutelli gela la Quercia

Il vicepremier: "Il fallimento delle scalate bancarie aiuta il Pd". Asse con il favorito alla segreteria. Rabbia al Botteghino: "Torna sul luogo del delitto"

Roma - Che la vicenda Unipol sia stata uno dei tempi della violenta partita di potere che si gioca nel centrosinistra, e segnatamente nella sua leadership «riformista», lo avevano capito tutti.

Ora però Francesco Rutelli lo ammette con chiarezza, e senza giri di parole: «Credo che il fallimento delle scalate dei «furbetti» sia di grande aiuto per la nascita del Partito democratico», dice al Corriere della Sera. E aggiunge: «È finita, spero, l’epoca in cui si cerca di controllare banche, gestire da vicino cooperative o imprese che organizzino affari». Parole che suonano come un ceffone in faccia ai Ds, presi nella bufera delle intercettazioni («Le richieste della Forleo vanno accolte», dice senza esitazione il leader della Margherita) e alle prese con la complicata gestione parlamentare della vicenda.

Il senso del discorso di Rutelli è chiaro: la scalata di Unipol a Bnl aveva i suoi «mandanti» politici nella Quercia, e se avesse avuto successo avrebbe inevitabilmente rafforzato il primato di potere dei Ds («Abbiamo una banca») dentro l’Ulivo. Invece è fallita, i Ds si ritrovano con le unghie spuntate e con i riflettori di un’inchiesta giudiziaria addosso, e questo «aiuta il Partito democratico».Tant’è che il medesimo sta per passare, chiavi in mano, a Walter Veltroni: e in casa ds tutti ammettono che senza l’improvviso riemergere del caso Unipol, l’eccelerazione della candidatura di Veltroni non ci sarebbe mai stata, e in pista alle primarie sarebbero scesi Fassino o (con l’appoggio di D’Alema) Bersani.

Proprio con Veltroni ieri Rutelli ha avuto un lungo colloquio, andato «molto bene». Un colloquio tutto incentrato sull’organizzazione della campagna veltroniana per le primarie: si è discusso tra l’altro della formazione di liste ambientaliste (coordinate dal rutelliano ed ex Legambiente Ermete Realacci) a sostegno del sindaco di Roma. L’asse tra i due, Walter e Francesco, è «blindato», assicurano in casa veltroniana. Poi, certo, «Rutelli dentro il Pd avrà la sua autonomia, e col manifesto dei coraggiosi si concentrerà sul fronte centrista», ma per il momento le rivalità del passato sono accantonate e i due collaborano per portare al massimo successo di investitura popolare la candidatura di Veltroni. Sapendo che i prodiani puntano sulla Bindi per indebolirla, e una parte dei Ds su Enrico Letta. Che non a caso aprirà la sua campagna elettorale a Piacenza, patria del mancato candidato della Quercia Pierluigi Bersani.

Al Pd serve un «leader forte», dice Veltroni, che si rende ben conto di come dentro il Pd siano al lavoro le talpe che vogliono scavargli il terreno attorno: «È bene che colui che sarà eletto leader abbia la maggiore forza possibile per contrastare la frammentazione della politica italiana», avverte. Aggiungendo che certo il governo «ha fatto molte cose buone», ma che «l’instabilità politica rischia di gettare ombre negative» anche su quelle. Se Prodi cadesse ora, comunque, «il Pd riceverà un colpo molto forte».

Al Botteghino l’affondo su Unipol del leader della Margherita viene incassato in silenzio. «E’ l’assassino che torna sul luogo del delitto», è l’unico commento. Già, perché nell’estate dei furbetti Rutelli, in singolare sintonia in quella partita con Prodi e Parisi, fu tra coloro che levarono un forte altolà all’operazione, schierandosi sulla barricata opposta a quella degli scalatori e dei loro supporter. Ma né lui né i prodiani né lo stesso Veltroni devono sperare di «lucrare» oltre sulle disgrazie diessine: «Una vicenda destinata a spegnersi presto, un’offensiva che non avrà seguito» una volta esaurito il tira e molla parlamentare sulle intercettazioni. Per ora, però, i Ds stanno cercando in tutti i modi di rallentare il pronunciamento della giunta: per evitare che coincida con il voto sulla decadenza da deputato di Previti, una sovrapposizione che «intorbidirebbe le acque», spiegano nella Quercia, e renderebbe meno digeribile il sostegno di Silvio Berlusconi al fronte del «no».