«Basta attacchi al governo o scelte dolorose»

Roma«Camerata, camerata... fregatura assicurata». Il vecchio detto romano l’ha buttato lì qualche giorno fa un ospite del Cavaliere in quel di Arcore. E dire che Berlusconi s’è limitato a un sorriso sarebbe un eufemismo. D’altra parte, pur restando ufficialmente in silenzio sulle vicissitudini del presidente della Camera, il premier ha le idee piuttosto chiare: è «indifendibile» perché non c’è cosa peggiore che violare le volontà testamentarie di chi crede in una battaglia ideale. Con le sue non risposte, ragiona in privato il Cavaliere, sta dimostrando di non avere né senso di responsabilità né senso dello Stato, «sembra quasi venuto da Marte». E, spiegava ieri ai suoi, il tentativo dei finiani Briguglio e Granata di «rivoltare la frittata» puntando il dito sull’acquisto di Villa San Martino non è solo «ridicolo» ma anche «disperato». Ma il Cavaliere ce l’ha pure con Bocchino che ieri chiedeva le sue dimissioni (e quelle di Matteoli, Fitto e Bertolaso) perché «sotto processo». Irripetibile il suo commento quando di prima mattina gli mettono sotto il naso la dichiarazione del capogruppo del Fli alla Camera, poi derubricato in una ben più garbata nota serale in cui pur senza citare espressamente nessuno definisce i finiani «irresponsabili e farneticanti». Così, infatti, il premier bolla le «parole pronunciate da taluni contro la propria stessa maggioranza».
Ma in attesa di vedere dove porterà il Montecarlogate e quanto Fini uscirà ridimensionato da tutta la vicenda, il Cavaliere decide di aprire un piccolo spiraglio. Una scelta che con ogni probabilità è più tattica che di convinzione, visto che in privato continua a ripetere che con Fini ha «chiuso per sempre». Un tentativo di incunearsi a metà strada tra i falchi e le colombe del Fli. Tanto che l’appello allo «spirito costruttivo» per «ritrovare l’unità» del Pdl e alla fedeltà al mandato degli elettori non è certo diretto al presidente della Camera quanto ai senatori del centrodestra che chiama direttamente in causa. Niente affatto casuale se negli ultimi due giorni il Cavaliere ne ha incontrati parecchi per farsi un quadro della situazione. Uno screening che l’ha rincuorato al punto di iniziare a considerare l’ipotesi di uno show down per così dire a metà. Se mancasse l’unità, spiega nella nota, si potrebbe arrivare a scelte «dolorose e definitive». Che tradotto significa crisi di governo. Anche se Berlusconi potrebbe presentarsi da Napolitano e chiedere lo scioglimento della sola Camera, visto che a Palazzo Madama la maggioranza resta salda e Fini rischia seriamente di arrivare a settembre senza più il gruppo parlamentare. Nel Fli, infatti, ci sono esattamente dieci senatori e basterebbe una sola defezione a far saltare il banco (e sono molti i perplessi, non solo per l’estremismo dei falchi ma anche per quanto emerso su Montecarlo). Insomma, il premier potrebbe puntare sui precedenti - in verità tutti tecnici - del 1953, 1958 e 1963 per chiedere al Quirinale di tornare alle urne solo a Montecitorio, un’ipotesi che qualcuno aveva avanzato nel centrosinistra quando il governo Prodi navigava a vista al Senato.
Per il momento, però, Berlusconi si limita ad attendere settembre. E - dopo aver fatto visita nel pomeriggio al Mangiagalli di Milano all’eurodeputata Ronzulli, diventata due giorni fa mamma di Vittoria - getta l’amo. Raccolto per certi versi - ma con molte subordinate - da Futuro e libertà che con Bocchino, Viespoli e Moffa parla di «segnale positivo» anche se poi chiede al Cavaliere che «si blocchi l’aggressione quotidiana nei confronti di Fini». Una dichiarazione «costruttiva» secondo Cicchitto, ma parole che il presidente del Consiglio chiosa in privato con un certo sarcasmo: come se la casa a Montecarlo ce l’avessi io... Un riavvicinamento, insomma, resta piuttosto improbabile. Anche perché nella testa di Berlusconi la precondizione resta il rispetto del «mandato elettorale» e del «programma di governo» da parte dei finiani. Se voteranno, cioè, i cinque punti che il Pdl presenterà alla Camera. Altrimenti la strada resta quella delle urne anticipate, tanto che il sottosegretario Mantovani ha già mobilitato i suoi 70mila Difensori della libertà, il gruppo di militanti che le scorse elezioni vigilò sulle operazioni di voto.