Basta una cappa e una spada a far rinascere l’avventura

La critica ha snobbato quegli eroi troppo popolari e a volte &quot;reazionari&quot;. Ma loro restano nell’immaginario collettivo. E ora ricompaiono in libreria<br />

Cappa e spada. Avventura a basso prezzo e grosse tirature. Roba popular da dimenticare, adatta a intrattenere le masse. Insomma i circenses della modernità. Così sono stati considerati per decenni gli eroi dei romanzoni con tanti duelli e colpi di scena, con belle da salvare e cattivi che sono cattivi e basta. Certo, la critica colta faceva qualche eccezione, tipo Dumas padre, ma per tutti gli altri l’oblio andava benissimo. Eppure generazioni di ragazzini sono cresciute con quei colpi di fioretto o con quelle invenzioni incredibili, prima che l’armamentario da picari o da guasconi finisse in soffitta.
Ma oggi gli eroi con la spada vengono riscoperti, anche a partire dai nuovi romanzi a fil di lama come i successi dello scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte. Basta far caso all’arrivo di Scaramouche (Donzelli, pagg. 352, euro 25, con l’introduzione di Goffredo Fofi) in tutte le librerie. Quel nome, come lo spadone dalla guardia arzigogolata posto in copertina, subito produce un fremito nel lettore almeno over 30. Perché chi non ha letto il libro ricorda almeno il film diretto da George Sidney o la miniserie televisiva.
Considerando sia il libro, sia soprattutto il suo autore, Rafael Sabatini, con il solito senno di poi ci si accorge che metterli nel dimenticatoio è stato un grave errore. Quasi nessuno rammenta che Sabatini (1875-1950) era italiano, che aveva assimilato la lezione di Dumas e anche quella di Salgari. Un italiano il quale, padroneggiando benissimo cinque lingue, scelse di vivere a Londra e di scrivere in inglese. Un po’ perché, come diceva lui, «tutte le storie migliori sono scritte in inglese». E un po’ perché si era accorto che i romanzi in inglese avevano un mercato enorme, o comunque abbastanza grande da non far fare agli scrittori la fine di Salgari. Così il suo Scaramouche, nel 1921, si trasformò in un immediato successo, esattamente come il suo fantastico corsaro Capitan Blood (che sul grande schermo ebbe il volto di Errol Flynn), meritevole anch’esso di essere ripubblicato.

Dietro a questi libri così densi d’azione, non manca lo spessore e l’introspezione. Per stare al protagonista di Scaramouche, André-Louis Moreau, nella sua descrizione iniziale compare già la complessità del personaggio: «Era nato con il dono della risata e la sensazione che il mondo fosse pazzo. A questo ammontava tutto il suo patrimonio». E André-Louis nel corso del libro duella, recita, si inventa demagogo e avvocato, attraversa la Rivoluzione francese senza mai schierarsi dalla parte dei potenti, vecchi e nuovi. Insomma, sintetizza e racconta un pezzo di storia, pur senza la cura del dettaglio di Dumas, ma soprattutto trasforma in personaggio vivo l’idea dell’indipendenza di pensiero che non si piega alle mode ideologiche.
E con un pizzico di malizia ci si potrebbe domandare se a non piacere ai critici è stato proprio l’anti-ideologismo proprio di certi avventurieri o di certi eroi di «cappa e spada» finiti nel dimenticatoio. Per citare un altro eroe di carta che all’estero sta tornando a rifiorire mentre da noi è diventato alieno ai più, si potrebbe a esempio ripartire con una canzoncina in rima: «La cercan qui, la cercan là,/ dove si trovi nessun lo sa./ Che impadronirsi mai non si possa/ della dannata Primula Rossa?».

Bene, la dannata Primula Rossa inventata dalla baronessa Emma Orczy (1865-1947), è l’anima di un intero ciclo di romanzi il cui protagonista, l’inglese Percy Blakeney, si fa beffe dell’autoritario e sanguinario Robespierre e del suo feroce Comitato di salute pubblica. Insomma, la Primula era «reazionaria» e anti-rivoluzionaria, oltre che pensata per un pubblico voglioso di divertirsi piuttosto che di essere educato ideologicamente. Peggio ancora: l’autrice era contessa e fuggita dall’Ungheria a causa di una sommossa contadina che incendiò la tenuta di famiglia (il padre voleva modernizzare i lavori agricoli). Ma sorte non dissimile è toccata anche ad altri fantasmagorici eroi che anche senza essere reazionari erano semplicemente non adatti a educare le masse, secondo certi palati fini. In primis proprio Rocambole, eroe francese inventato da Pierre Alexis Ponson du Terrail (nobile, fedele di Napoleone III, che per ironia della sorte ebbe anche lui il castello incendiato, ma dalle truppe prussiane). E senza Rocambole non esisterebbe la parola rocambolesco, termine che invece i critici usano spesso. Pazienza, a volte la rivincita arriva dalla libreria.