Basta coi dinosauri Lasciamo esplodere i nuovi eroi del pop

Ah, se il mondo per una volta girasse al contrario. In Italia si produce un’incredibile quantità di buona musica. Oggi è una vera e propria manna continua dopo i pionieristici anni Ottanta e le prove generali del decennio successivo. Nonostante il supporto modesto dell’industria discografica, o di quel che ne resta, e delle stazioni radio, c’è una generazione di cantautori e rockettari a un passo dal meritato successo. Si tratta di capire se quel passo riusciranno infine a farlo o se rimarranno segreti ben custoditi dagli appassionati.
Certo, sarebbe interessante vedere cosa accadrebbe se, all’improvviso, manager e uffici stampa, in una virtuosa congiura pro qualità, si accorgessero che c’è vita oltre ai chitarroni hard radiofonici, alle copie mosce del Boss, alle melense cascate d’archi sanremesi, all’ennesimo disco del solito cantautore sul viale della pensione. Non c’è genere in cui qualche (più o meno) giovane leone non sia in paziente attesa di giocarsi le sue carte. Vi piacciono i cantautori? In rampa di lancio c’è Dente, uno che nel nuovo cd Io tra di noi coniuga rime interessanti a melodie purissime. Ricorda Battisti? Nella musica, senz’altro. Mentre i testi vanno sul concreto, e chi altri ha scritto canzoni ispirate alla linea ADSL, al casello autostradale di Varese o agli appartamenti di Porta Ticinese a Milano? Solo Dente. Che parla di sentimenti rifuggendo il generico, così gradito al pop da Festival di Sanremo. E fa canzone d’autore rifuggendo la retorica, così gradita ai Vecchioni. In un’epoca in cui il migliore dei cantautori, Ivano Fossati, si ritira ammettendo con onestà di aver cantato tutto quello che doveva cantare, Dente è una ventata d’aria fresca. Il pubblico c’è. Tanto è vero che il nuovo disco fa capolino in classifica, sia pure nelle retrovie.
Preferite i rockettari? Da qualche parte a metà strada tra il folk e il punk ci sono gli Zen Circus. Lanciati da una attività live infaticabile, anch’essi si affacciano timidamente in classifica. Anche in questo caso siamo nei piani bassi. Ma senza promozione, riviste specializzate a parte. Il loro ultimo cd ha un titolo fantozziano Nati per subire ma gli Zen Circus sono in realtà nati per provocare. Il sarcasmo e l’humor nero qui vengono dall’estrema sinistra. Se riuscite a passarci sopra, sarete ripagati da testi pungenti (niente prediche, bandito il moralismo) e musiche travolgenti. Con qualche chicca. Dopo un minuto e mezzo de I qualunquisti parte un allegro coretto pop punk da far invidia ai Blink 182. Ah, che gioia, sembra di tornare al liceo. Il contrasto con le parole però è spiazzante: «Pensa poco e ridi, scemo / che la vita è un baleno / ridi scemo, e bacia tutti / primo o poi sono tutti morti».
Abbiamo citato i due «casi» del momento. In realtà i nomi sono moltissimi: Calibro 35, Dellera, Il pan del diavolo, Marta sui tubi, Cani, The Niro, Vasco Brondi alias Le luci della centrale elettrica, I ministri, Bud Spencer Blues Explosion, Jennifer Gentle, Julie’s Haircut, A Classic Education. Per non dire della dance, dove dietro le ragioni sociali più disparate si nascondono spesso italianissimi dj in grado di colonizzare mercati «impossibili» (si va da Fargetta in testa alle classifiche Usa ai più «alternativi» Bloody Beetroots, quest’anno ospiti in tutti i festival europei). Senza dimenticare i padri nobili di questo boom, ancora in attività: Afterhours, Subsonica, Verdena (giovani ma già veterani), Morgan con e senza i Bluvertigo, Elio e le storie tese, Vinicio Capossela, Negrita, Litfiba, gli ex CCCP/CSI/PGR ancora alla ribalta come solisti (Giorgio Canali e Massimo Zamboni hanno appena pubblicato nuovi cd).
Cosa zavorra tutta questa gente che meriterebbe un successo più ampio? Un po’ il provincialismo dell’ambiente musicale. Qualsiasi pernacchia elettronica provenga dai bassifondi di Londra è gradita alla critica, scettica di fronte a un dj di Quarto Oggiaro. Qualsiasi chitarra rumorosa è considerata avanguardia, purché sia suonata a Brooklyn. Se arriva dai Parioli, è incisa male. Un po’ la scarsa convinzione della grande industria, che ha fatto incetta di band valide quando sembrava potessero sfondare ma non ha poi avuto la pazienza e il coraggio di investire. Un po’ la mancanza di curiosità di chi dovrebbe fare (anche) opera di divulgazione: per cui in radio, e sui giornali, passano i soliti noti, quelli che si presume interessino alla gente, nonostante non abbiano nulla da dire - e spesso neanche una hit - da decenni. E così si prosegue nella riproposizione del noto, che così elettrizzante non dev’essere, viste le performance deludenti del mercato. Gianni Morandi, tu che puoi, inverti la tendenza, capovolgi il mondo. Quest’anno a Sanremo inverti le ormai storiche percentuali tra pattume e buona musica. Questa volta facci sentire un 90% di belle canzoni. In giro non ce ne sono mai state così tante. Il pubblico c’è: altrimenti perché Dente e Zen Circus sarebbero in classifica senza uno straccio di passaggio televisivo?