Basta diktat salutisti "Fumo, alcol e abbuffate sono un nostro diritto"

Un libro celebra i vizi in nome della libertà personale. E uno studio Usa spiega che non c’è prova che vivere sano ci allunghi l’esistenza. <a href="http://www.ilgiornale.it/sondaggio_1a.pic1?PID=301" target="_blank"><strong>E' giusto? VOTA e di' la tua</strong></a>

Il salutismo qualche volta non è sano. Qualche volta è un’ossessione, un tormento, per i suoi seguaci e per chi proprio non ce la fa. Ma chi ha il coraggio di confessare che a vivere sano non ci riesce, o non ci vuole nemmeno provare? Potrebbe essere il peggiore dei peccati, trascurare la salute: il corpo, l’anima. E non solo perché può portare, effettivamente, a conseguenze nefaste: ma perché il mondo lo giudica tale, bolla il non salutista come irresponsabile, pericoloso, incosciente. Messo così alle strette Pierangelo Dacrema, che di professione è un economista, ha deciso di applicare la sua fede libertaria alla vita quotidiana e ha pubblicato Fumo, bevo e mangio molta carne! (excelsior 1881), insomma un pamphlet che dichiara guerra a «talebani della salute, ciarlatani dell’ambientalismo e animalisti demagoghi». Dice Jody Vender nell’introduzione che Dacrema è «un edonista moderno», perché per lui «la libertà è più importante di quanto la morte sia temibile». Certo non si parla mai di abuso, ma di piacere: strategie per «stare meglio», assicura Dacrema. Alla faccia di chi ci vorrebbe sempre a dieta, vegetariani, forzati del fitness, nemici di fumo e alcol, alla faccia di chi avrebbe voluto raddrizzare Barney Panofsky, precursore del genere.

La sua tesi è spalleggiata dal volume The Longevity project, studio americano sui fattori che determinano la durata della vita. Non ci sarebbe prova che l’attività fisica e le rigidità alimentari garantiscano la longevità. Più importanti sarebbero la personalità, le relazioni sociali, il lavoro, oltre ovviamente ai geni. In pratica: vive più a lungo, chi vive nel modo più naturale per la sua persona (una specie di filosofia spicciola, un senso comune che ormai non sembra nemmeno banale, e questo forse è davvero preoccupante).

Nessuno può dimenticare i rimpianti del fumatore Yul Brynner, che invitava i giovani a non fare la sua fine; ma nemmeno le sigarette di Bogart, i martini di Hemingway, i sigari di Churchill e Castro. Però il confine fra senso di colpa, autogiustificazione, intolleranza e persecuzione è ballerino. Il tema suscita anche scombussolamenti di principi: l’anno scorso c’è stato scandalo perché un libro raccontava che il filosofo Emil Cioran in tarda età facesse jogging ogni mattina ai Jardin du Luxembourg, per di più in tenuta sgargiante. Possibile che l’autore di L’inconveniente di essere nati si preoccupasse di mantenersi in forma? C’è chi si è indignato, chi ha insultato il relatore dell’aneddoto, chi ancora rimugina. Può un uomo disincantato, ironico, simpaticamente pessimista farsi contagiare dal salutismo (o dal conformismo, o dall’improvviso piacere di correre)? O automaticamente è una delusione, una farsa? Ma del resto, nelle notti insonni, Cioran si affidava alle sigarette, forse per risolvere, pure lui, questo dubbio su che cosa fare, o non fare, per arrivare alla stessa meta, un po’ col jogging e un po’ col vizio, insomma per tentativi, come tutti, ma con tolleranza, con senso dell’umorismo, come alla vista di un signore con i capelli bianchi e la tuta fosforescente.