Basta diretta tv per Mubarak: cattiva pubblicità per il regime

CairoLa corte è riunita in un’aula piccola e affollata. Lunedì, l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak è comparso per la seconda volta davanti alle telecamere del mondo intero, dietro le sbarre della gabbia degli imputati, steso su una barella d’ospedale. È l’ultima volta, almeno per i prossimi mesi. Il giudice ha aggiornato il processo al 5 settembre e ha deciso che alla seduta non potranno partecipare più giornali e televisioni. Troppe, secondo la magistratura, le emozioni suscitate nel Paese alla comparsa davanti alla sbarra dell’ex presidente, come dimostrano la sassaiola e gli scontri di lunedì tra i pochi manifestanti pro e anti Mubarak.
Quando la figura del rais è comparsa lunedì mattina sul maxischermo appeso al muro di cinta dell’Accademia di polizia del Cairo che, alle porte del deserto, ospita il processo, l’emozione si è subito impossessata della piccola folla. I sostenitori di Mubarak sono rimasti ammutoliti, mentre gli oppositori dell’ex presidente urlavano contro l’antico regime. Bassant Suleiman ha 28 anni e vive in Francia. È lì per «sostenere l’Egitto e il suo presidente». «Non è stata una vera rivoluzione - dice - ma un complotto di America e Israele». Ma per Abdelfattah, 60 anni, due figlie scese in piazza a febbraio, che al processo non ci è andato, «vedere in tv il rais davanti ai giudici fa bene al popolo».
I giudici egiziani hanno dunque di mettere fine allo spettacolo che divide il Paese. Le famiglie delle vittime della rivoluzione hanno criticato la decisione. Per molti analisti egiziani, la mediatizzazione del processo è servita al consiglio militare che governa il Paese a calmare la piazza, una sorta di propaganda cui per la leadership è più prudente mettere fine, soprattutto ora che la piazza è più quieta e che le divisioni sul processo potrebbero rianimarla. Per altri osservatori, invece, il processo si è già sgonfiato di tutta la sua portata storica: trascinarlo ulteriormente sulle tv potrebbe essere controproducente. Nelle ultime ore, poi, la richiesta dei Fratelli musulmani ai militari di non intervenire nel processo costituzionale rischia, secondo il quotidiano al Masri al Youm, di fomentare nuove tensioni. «La luna di miele» tra l’esercito e il gruppo islamista, che ha lasciato la piazza dopo la rivoluzione garantendo appoggio ai generali, potrebbe adesso finire. Il consiglio militare, sotto la pressione dei gruppi rivoluzionari, sta infatti pensando di stilare le linee guida della futura Costituzione, per evitare che il vincitore delle elezioni parlamentari di novembre, in cui gli islamisti sono favoriti, possa dare un’impronta troppo partigiana - quindi religiosa - al documento.
In poche ore di seduta, il processo al rais ha già fatto storia. «Chi governa è responsabile prima di tutto e soprattutto per il suo popolo», sentenzia al processo di un altro capo di Stato egiziano, Anwar El Sadat, il faraone Ramses II. Ma il predecessore di Hosni Mubarak, morto nel 1981, non è mai stato davanti a una corte in cui sedeva un faraone che ha combattutto contro la Nubia e gli Ittiti in un mitico passato. In una novella pubblicata nel 1983, due anni dopo l’ascesa al potere di Mubarak, lo scrittore egiziano Naguib Mahfouz, poi premio Nobel per la letteratura, ha messo davanti alla corte di Osiride decine di capi popolo egiziani, dopo la loro scomparsa, dai faraoni della Prima Dinastia ai presidenti Gamal Abdel Nasser e Anwar El Sadat.
Il tribunale di Osiride è diverso da quello della polverosa Accademia dei sobborghi del Cairo: «Gli alti muri sono adornati di geroglifici, sotto un soffitto dorato nel cui cielo splendono i sogni dell’umanità». Se la corte degli dei faraonici è sogno, fiction, quello che succede oggi al Cairo sembra essere «l’ultimo capitolo» della novella di Mahfouz, suggerisce Ashraf Amin sul quotidiano Al Ahram. Fino a lunedì, infatti, gli egiziani hanno assistito increduli al primo processo nella storia di un «faraone». Prima dell’11 febbraio, la corte del Cairo poteva soltanto vivere sulle pagine di un libro.