«Basta con i film di Natale farò solo ciò che mi piace»

Spiega il popolare attore: «Era da tempo che volevo chiudere il sodalizio con De Sica. Primo impegno la seconda serie di “Un ciclone in famiglia” per Canale 5»

Lucio Giordano

da Giffoni

Ha compiuto sessant’anni a Giffoni. E i ragazzi del festival, per festeggiarlo gli hanno preparato una torta gigantesca. Un modo gentile per dirgli grazie delle risate regalate in tanti anni di carriera e di quell’ora di chiacchierata con i 1.500 giurati della rassegna, conclusa sabato, ai quali ha offerto pillole di saggezza. Glielo faccio notare: ma Massimo Boldi, che anche qui a Giffoni si fa accompagnare da una ragazza bionda con cui da sei mesi prova a tornare alla vita dopo la scomparsa di Marisa, l’amatissima moglie, si schermisce e dice: «In realtà non mi sento un saggio. Sono solo un ragazzo che ha già vissuto molto».
E che continua a macinare film, fiction, conduzioni tv. Adesso è sul set della seconda serie di Un ciclone in famiglia. Novità?
«Sì, alla mia famiglia, i Fumagalli, e a quella dei Dominici si aggiungerà una coppia di napoletani interpretata da Carlo Buccirosso e dall’attrice di Zelig Margherita Antonelli. C’erano romani e milanesi: mancavano proprio i rappresentanti dell’altra grande città italiana».
Quando andranno in onda i nuovi episodi?
«Dal 28 febbraio, sempre su Canale 5. Considerato il successo, che tra prime visioni e repliche ha raccolto 46 milioni di telespettatori, si è deciso di andare avanti non più per quattro ma per sei puntate, con un’opzione per la terza serie e forse l’ideuzza di farla diventare una minifiction quotidiana».
Però... Come spiega il successo di Un ciclone in famiglia?
«È una commedia semplice, in cui la gente si identifica. È la famiglia Benvenuti del Duemila, divertente e senza volgarità».
Non come certi suoi film...
«È vero, troppo volgari. Ma quando entri in una sala e vedi che il pubblico ride su certe battute non puoi fare altrimenti».
Certo, sono i produttori che mettono i soldi. Dico bene?
«Dice bene. Io ho provato anche a fare un film serio, drammatico: Festival, di Pupi Avati, la storia di un comico in declino che cerca di risalire la corrente».
La migliore interpretazione della sua carriera.
«Così dicono. Con me Avati voleva ripetere l’operazione Abatantuono di Regalo di Natale e farmi vivere una seconda carriera. Soltanto che quel film non ha incassato una lira. E se qui a Giffoni mi hanno fatto tante domande sul Ciclone o su Christmas in Love e nessuna su Festival, vorrà pur dire qualcosa».
E così anche questo Natale ci regalerà l’ennesimo film panettone, l’ultimo al fianco di De Sica.
«Sì, Christian ed io saremo due trasgressivi italiani in vacanza a Miami, che non è Lourdes ma la città della perdizione. Con noi ci sarà anche Massimo Ghini».
Con De Sica dopo diciannove film ha deciso di chiudere. Perché?
«Capita anche nei migliori matrimoni che la passione venga meno e ci si lasci. E poi era tempo che volevo concludere questo sodalizio: da almeno quattro anni. Ne avevo parlato anche con mia moglie Marisa, prima che venisse a mancare. E lei era d’accordo. Talmente d’accordo che una mattina mi diede una lettera in cui c’era scritto: basta con le Vacanze di Natale che ti rovinano anche quelle estive, visto che quei film li ho sempre girati tra luglio ed agosto e non mi entusiasmava interpretarli».
E poi al fianco di uno che, nel corso di un’intervista, ha definito egoista e per niente amico. È così?
«L’amicizia ha bisogno di frequentazione, attenzioni continue, delicatezze. Per essere amici non basta girare una pellicola l’anno come facciamo io e De Sica. Non so se ci ha fatto caso, ma da diversi film lavoriamo in episodi separati».
Con Vacanze a Miami romperà il sodalizio anche con De Laurentiis...
«Dopo trent’anni anni insieme si vede che era arrivato il momento di voltare pagina. Così ho firmato un contratto con la Medusa, per un certo numero di film da concordare. Perché la cosa che mi ha spinto ad accettare la proposta è esattamente questa: con loro potrò scegliere cosa fare. Con De Laurentiis non era possibile. Da produttore vecchio stampo le decisioni su quali film girare erano sue. Solo sue. Ma penso che uno, alla mia età, abbia il diritto di ragionare con la propria testa».