Basta con i grattacieli i nuovi telefilm traslocano in provincia

Dopo il successo delle «Casalinghe disperate» le serie lasciano poliziotti e criminali per raccontare la famiglia

Silvia Kramar

da New York

Le nuove serie televisive americane hanno fatto le valigie e hanno abbandonato le grandi città. Basta con New York, Miami, Los Angeles e Chicago. Basta con gli show ambientati all'ombra di grattacieli, in metropolitana, su autostrade losangeline o in commissariati trasudanti crimini e misteri. Dopo il successo delle Casalinghe disperate, ora le reti americane adesso puntano l'obiettivo - e costruiscono i set - nella provincia anonima dove la gente si trasferisce quando è stanca dello stress delle grandi città. Dove vive tranquilla ma, come raccontano i nuovi serial, non troppo. È lì, nelle villette anonime e nelle stradine della middle class, che la televisione americana va a trovare la sua ispirazione. È lì, difatti, che crescono le patologie di oggi, che si fanno scomparire cadaveri, che si divorzia, si beve e ci si affanna, in una provincia popolata di poligami, adolescenti frustrate, famiglie divise: una provincia ben diversa da quella raccontata dai serial americani trent'anni fa, quando l’ottimismo quasi infantile dell’American dream pervadeva tutto. A cominciare dalla casetta col giardino, la staccionata bianca e il garage con l'auto comprata a rate: era una borghesia alle prese coi drammi e l'umorismo di una quotidianità consumistica e felice.
Ma i sobborghi americani, quel neverland uguale di Stato in Stato, i paesini con la Main Street e le casette monofamiliari hanno poi stancato i telespettatori e i producer dei network che, all'inizio degli anni Settanta, hanno spedito sceneggiatori e scrittori a caccia di angosce metropolitane. New York, Los Angeles, Chicago: era lì che si viveva la good life, lì che si faceva carriera e ci si divertiva. Era lì che la televisione americana era andata ad ambientare le nuove serie, piene di drammi urbani, poliziotti corrotti, amori impossibili e di un umorismo figlio dello stress metropolitano. Dal nuovo trend erano nate serie come Nypd, L. A. Law, Ally McBeal, Law & Order, Seinfeld, Friends, Csi che si è spostato da una megalopoli all’altra, e l'indimenticabile Sex and the city.
Poi, quasi in sordina, la rete Hbo - sempre all'avanguardia nelle scelte serali - ha trasmesso la prima stagione di Sopranos e ha battuto tutti i record d'ascolto con le vicissitudini di Tony Soprano, boss mafioso scontento del suo «lavoro», sull'orlo del divorzio, con due figli impossibili e qualche morto di troppo sulla coscienza. Ma Tony mandava avanti il suo piccolo impero di goodfellas e malavita locale, uccideva e ricattava dal salotto di una casetta del New Jersey costruita accanto alle ville di gente per bene, di medici, operatori di Borsa e casalinghe con Mercedes, personal trainer e borsa di Prada.
«Trouble in paradise», avevano scritto i critici: c'era del marcio anche nella bucolica provincia della middle class americana. Così un anno fa, quando la rete Abc ha lanciato Desperate housewives, la grande fuga dalle metropoli è diventata inarrestabile. Se le quattro protagoniste di Sex and the city cercavano «Mister Big» nelle limousine, nelle discoteche, nei ristoranti alla moda e sui jet privati dell'élite di Manhattan, le quattro casalinghe di Wisteria Lane non sono da meno: omicidi, sesso, tradimenti, nevrosi, tutt« la zavorra nascosta di peccati e segreti americani svelati dal plurioscarato American beauty, era di casa in quello che oggi i produttori chiamano scherzosamente il «middle place» americano: i sobborghi dove vive metà della popolazione statunitense.
Le casalinghe disperate hanno fatto scuola: adesso la nuova serie televisiva Sons and daughters segue l'esempio e apre le porte su questo mondo. Nella prima scena si vedono due a letto e ci si illude che siano due amanti occasionali in un minuscolo appartamento. Invece la vocina fuori campo di un bambino, anche lui nel letto, strappa gli spettatori da questa chimera di free sex per eterni single. «Ho appena fatto la pipì», esclama il piccolo. Che è il figlio degli sposatissimi protagonisti, Cameron e Liz Walker, circondati da una famiglia ribollente di nevrosi: i vecchi genitori di lui che vogliono divorziare, una zia convinta che andranno all'inferno perché Liz è ebrea, amici drogati o sull'orlo del suicidio. Il set è perfetto: casette, giardini, due macchine in garage, il barbecue sempre acceso. Ma dentro ci vive una borghesia infelice, come scrive il critico del New York Times David Carr, «perché possiede delle villette eleganti ma anche un insostenibile mutuo sull'anima».
È dai tempi di Spiderman che gli americani si erano abituati a credere che Gotham, la metropoli per eccellenza, ribollisse di peccati e peccatori; ma bastava prendere una station wagon, gettarsi sull'autostrada, respirare l'aria dei sobborghi e tutto sarebbe tornato come prima. Invece lo stress dei grattacieli ha lasciato il posto ai turbamenti e alle frustrazioni della campagna. Lo dicono anche i serial Big love, in cui la storia di un poligamo fa sorridere milioni di americani e Weeds: deliziose casalinghe sposate e madri di famiglia scoprono il piacere della marijuana. C'è poi Related, che colpisce al cuore il mondo italoamericano con le vicende delle quattro sorelle Sorelli e del loro padre Joe e My name is Earl, nella quale il protagonista, tipico provincialone disordinato e vagamente perso, decide, un giorno, di compiere solo buone azioni per farsi perdonare un passato zeppo di cattiverie e per ripulirsi il proprio karma. Tra ex mogli, ex fidanzate, ex colleghi ed ex amici, Earl ha le mani piene di «fioretti» in uno show ambientato nell'America dei supermercati e dei ristorantini popolata di alcolisti e gente spostata.
«Abbiamo sempre voluto credere al sogno bucolico della provincia» spiega Robert Greemblatt, presidente della rete televisiva Showtime, «ma sapevamo che lì, dietro a quelle finestre, quelle villette ribollivano di segreti».