Basta con i magistrati che somigliano alle star

Caro Granzotto, ho letto le acute riflessioni di Ruggero Guarini sulle degenerazioni di una giustizia «perdonista». Purtroppo, il fenomeno mi risulta assai più grave. Mi riferisco, innanzitutto, a quel sentimento di aperta ostilità, di palese sfiducia che i cittadini nutrono verso la magistratura. L'incrinatura di questo rapporto è spesso foriera di eventi molto più drammatici, quale l'insorgenza della giustizia «fai da te», germe, questo, della criminalità organizzata. La gente si chiede: perché mai una specifica tipologia di reati gode, negli uffici giudiziari, di una sorta di corsia preferenziale, e mi riferisco a quelli contro la pubblica amministrazione (corruzione, truffa aggravata, concussione, ecc...), mentre quelli perseguibili a querela di parte (furto, minaccia, lesioni, ecc.) finiscono troppo spesso arenati nelle secche della prescrizione, se non dell'incuria? Come mai l'autore materiale di uno scippo o un topo d'appartamento finisce quasi sempre per sfangarla? Provo a dare una risposta. Ma lei, caro Granzotto, l'ha visto mai un magistrato discettare in Tv di delitti contro il patrimonio? Ha visto mai un giudice del civile, che ha sbrogliato un'intricata divisione ereditaria, finire con il suo bel faccione ridanciano sulla copertina di Panorama? Ma vuol mettere come è «fico» inscrivere nel registro degli indagati il potente di turno, meglio se residente ad Arcore, o la starlette siliconata? Ti si spalancano le porte dello «star system», l'opportunità di far carriera politica, addirittura di fondare un bel partitino... E chi vuole che sfugga al richiamo di queste sirene! Eppure si avverte, come non mai, l'esigenza del cittadino di sentirsi tutelato dalla legge, cioè al sicuro all'interno della sua abitazione o per strada. Come dicevo, il reato perseguibile a querela di parte, quello per cui la legge rimette alla volontà della vittima la scelta del ricorso alle vie giudiziarie, finisce troppo spesso col generare procedimenti (ma più soventemente archiviazioni, per essere ignoto l'autore del reato) di secondaria o terziaria importanza. Prospettive di riforma? Tante, forse troppe. Una, però, da farsi immediatamente, semplice e tremendamente efficace: proibire ai magistrati di rilasciare dichiarazioni, comunicati stampa et similia agli organi di informazione; inibire la pubblicazione del nome del magistrato, che negli atti giudiziari dovrà essere individuato e figurare esclusivamente secondo qualifica, come il «Procuratore della Repubblica di Milano» o il «Gup di Catania». S'interrompa, subito, questa insana osmosi tra magistratura e media. Qualche titolone in meno, qualche sentenza in più.
Da come vanno le cose, caro Marchetti, questo si è indotti a immaginare: manipoli di magistrati che di buon mattino passano al setaccio i giornali alla ricerca di un pretesto che in forza del principio della obbligatorietà dell'azione penale permetta loro di aprire un fascicolo, inviare qualche avviso di garanzia procurandosi così quella «visibilità» spasmodicamente inseguita. Un'altra benemerenza di Mani pulite, quella di aver lanciato e fatto incistare nella magistratura uno star system togato che ha poco da invidiare all'equivalente hollywoodiano. Un tempo le star dei tribunali erano gli avvocati, i «principi del Foro» le cui arringhe infiammavano l'opinione pubblica assai più delle requisitorie della pubblica accusa. Era popolare o, meglio ancora, era in auge la difesa e non perché si parteggiasse in ogni caso per l'imputato, ma perché questi era - e più che mai è - l'elemento debole del sistema giudiziario. Inaugurando la stagione dell'inquisizione ideologica, Mani pulite fece emergere la carognaggine, la faziosità, il rancore e anche l'invidia che serpeggia nell'animo umano (le monetine lanciate a Craxi!) elevando a star il piemme, l'accusa. Come lei suggerisce, caro Marchetti, solo l'anonimato può ricondurre alla ragione gli esibizionisti togati. Ma a richiederlo non dobbiamo essere noi (saremmo accusati di voler attentare alla indipendenza della magistratura), bensì quei magistrati, e sono tantissimi, che quotidianamente amministrano la giustizia senza prima passare dalla truccatrice e dalla costumista, come fanno i commedianti al momento di entrare in scena.