"Basta inseguire gli estremisti. Sono avversari dei lavoratori"

Il sindaco di Torino: "Tra gli operai Fiat c’è preoccupazione, non moti
di rivolta. Il radicalismo? Punta a fermare lo sviluppo dell’azienda"

Sindaco Chiamparino, nella sua Torino succede di tutto: la Fiat di Marchionne, l’assalto dei Cobas alla Fiom, la Fiera del Libro strapiena con Travaglio&Di Pietro superstar, ora pure le manifestazioni con tafferugli dell’Onda…
«Al di là dei singoli episodi, la cosa importante è quella che mi diceva ieri un editore alla Fiera: Torino è diventata una delle città più dinamiche e in movimento d’Italia. In un periodo di crisi come questa, gli editori stanno avendo un aumento di vendite del 50 per cento. La Fiat si sta trasformando in un player mondiale. I problemi ci sono, ma c’è una vitalità e una capacità di reagire alla crisi che rende Torino una città non passiva».

Non la preoccupa l’episodio dell’aggressione a Rinaldini sul palco della Fiom?
«Certo, ma è un episodio circoscritto con dei responsabili ben identificabili, che vengono da una realtà particolare come lo stabilimento di Nola, e che hanno deciso di cercare visibilità tentando di spaccare il mondo sindacale. Conosco Mara Malavenda, una delle animatrici, perché era parlamentare quando stavo a Montecitorio: sono piccoli gruppi che cercano solo lo scontro e che seminano vento per cercare di alimentare tempeste, e vanno fronteggiati per quel che sono: avversari dei lavoratori».

Crede che il sindacato sia in grado di isolarli?
«C’è sempre un momento in cui bisogna dire basta all’inseguimento dei radicalismi, perché senza un argine non li si ferma. Come diceva Nenni, trovi sempre uno più puro che ti epura. È un momento difficile, l’Ocse certifica che esiste un problema salari e intanto la crisi colpisce i principali beni di consumo. Tra i lavoratori della Fiat c’è una grande preoccupazione, ma nessun moto ribellistico. C’è un’azienda che sta cercando di costruire un gruppo internazionale rendendo l’Italia protagonista del dopo-crisi, e un sindacato che ha capito che la sfida va accelerata e che bisogna negoziare fino in fondo, isolando radicalismi che rischiano di essere una pietra tombale su qualsiasi trattativa».

Intanto nella giunta di Torino lei ha rotto con la sinistra. Perché?
«È Rifondazione che si è sottratta. Nell’ultimo anno e mezzo ha votato contro tutti gli atti della giunta, a parte i bilanci. C’è sempre una goccia che fa traboccare il vaso. D’altronde io costituii l’Unione a Torino perché la si stava facendo a livello nazionale e nessuno avrebbe capito una mia scelta diversa. Da parte mia è stato un atto di fiducia verso il Prc che purtroppo è andato a vuoto. Ora poi le cose son cambiate, anche dentro quel partito, Bertinotti non c’è più e il radicalismo verboso si è accentuato. Ma forse se avessi pensato fin da allora ad una alleanza diversa sarebbe stato più proficuo».

Degli intellettuali ex Ulivo che ora sposano Di Pietro che pensa?
«Che molti di loro saltano sul carro per avere un posto, debolezze umane. E poi gli intellettuali amano le emozioni forti, sono attratti dalle contrapposizioni più veementi. Parliamoci chiaro: a destra come a sinistra rischia di dominare il populismo, che certo ha sapori più forti di un progetto riformista. Ma credo sia un processo reversibile. E non confonderei il grosso della società intellettuale con quei pochi letterati che inseguono le sirene di Di Pietro. Di Pietro andrà misurato su altro che su un possibile effimero successo elettorale: sulla sua credibilità di governo».

Perché il progetto riformista del Partito democratico perde appeal, tra i letterati come nei ceti operai?
«È indubbio che abbia subito un colpo serio con la sconfitta elettorale del 2008, e che questo abbia portato a una rarefazione delle aspettative e dell’attenzione con cui era stato guardato».

Non teme che la Torino dinamica governata dal centrosinistra resti una mosca bianca dopo le prossime elezioni?
«Il timore che Torino diventi l’accampamento di Asterix sotto l’assedio dei Romani c’è. Ma credo che l’assalto possa ancora essere respinto, che il richiamo facile del populismo vada contrastato e che la cosa più sbagliata dopo una sconfitta elettorale sarebbe abbandonare il progetto del Partito democratico, che non può essere misurato su pochi anni».

Avverte questo rischio?
«In campagna elettorale si sta sentendo meno quel rumore di fondo, ma tutti sappiamo che c’è qualcosa del genere che si agita. E sarebbe la cosa più sbagliata, ripeto».