"Basta con l’establishment, l’America cerca un Sarkozy"

Il politologo Michael Carmichael, ex consulente di Bill Clinton, critica la moglie candidata: "Non sono più gli anni Novanta". Tra i repubblicani vedo bene Huckabee, in sintonia con il cittadino medio, tra i democratici Obama ispira fiducia"

«L’America ha voglia di cambiare e cerca un Sarkozy americano». Parola di uno dei più apprezzati strateghi elettorali, Michael Carmichael, che dopo aver preso parte a cinque campagne presidenziali, l’ultima nella squadra di Bill Clinton, ora è presidente dell’associazione Planetary Movement e consulente di uno dei candidati di bandiera, il democratico Dennis Kucinich. Carmichael ha concesso questa intervista al Giornale in coincidenza con il voto per il caucus dell’Iowa.
Che cosa è emerso da questa prima campagna elettorale?
«Il fallimento dei favoriti: qualche settimana fa Hillary Clinton tra i democratici e Mitt Romney tra i repubblicani sembravano destinati a una facile vittoria, invece sono arrivati in Iowa in chiaro affanno, tallonati rispettivamente da Barack Obama e Mike Huckabee. Qualunque sia il responso del caucus le primarie sono destinate a restare apertissime».
Una sorpresa, come la spiega?
«Ho viaggiato attraverso gli Usa e ho scoperto un Paese in trasformazione, che ha voglia di un cambiamento autentico; dunque tende a diffidare dei candidati dell’establishment, sia a destra sia a sinistra».
Eppure tra i repubblicani nessuno proviene dalla squadra di Bush...
«Sì, ma è chiaro che la Casa Bianca fa il tifo per Romney; Bush senior lo difende come mormone, lo introduce negli ambienti che contano. Di solito questo è un vantaggio, ora non più. Inoltre è un miliardario e nell’America scottata dalla crisi dei subprime questo non aiuta».
E allora chi vede emergere a destra?
«Giuliani mi sembra troppo radicale su certi temi, mentre l’ex pastore Mike Huckabee sa parlare all’americano medio, che si identifica in lui; sa toccare temi apprezzati tra il pubblico conservatore come la lotta agli immigrati illegali, al terrorismo. Romney invece è visto più come la voce dei manager, di quella classe dirigente che oggi non è molto popolare».
E Hillary Clinton perché ha perso lo slancio iniziale?
«Il suo messaggio è chiaro: votate me per far tornare i bei tempi di mio marito Bill. Ma questo non basta più; da un lato perché Hillary è una senatrice, ha appoggiato scelte ora impopolari come la guerra in Irak; d’altro canto perché il richiamo al passato non convince. L’America di oggi è diversa da quella degli anni Novanta. E chiede una svolta al passo con i tempi».
Come i francesi con Sarkozy?
«Sì, la gente si sente tradita dalla classe politica e vuole un candidato di cui fidarsi, che sappia mantenere la parola data. Dunque il criterio decisivo è la credibilità. Questo è un handicap per Hillary».
E dunque chi risponde meglio a questi requisiti?
«Tra i repubblicani in parte Huckabee, tra i democratici soprattutto Obama, un centrista che riesce ad essere molto positivo. Ispira fiducia, è rassicurante nonostante la sua giovane età; è stato eletto in Senato solo nel 2005 e questo è un vantaggio: è un volto nuovo. Un anno fa era praticamente sconosciuto a livello nazionale, ora può arrivare alla nomination».
E perché non il telegenico John Edwards?
«È di sinistra, dichiara di voler ridistribuire la ricchezza e ampliare la copertura sanitaria; ma poi spende 400 dollari per farsi tagliare i capelli e vive in una casa più grande del Quirinale. È in Senato dal gennaio ’99 e nel 2004 era il vice di Kerry: troppo navigato per presentarsi come un volto nuovo. Insomma, è poco credibile».
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