Basta lamenti, Comuni e Regioni a lezione di risparmio

Caro Granzotto, ammetta di non essersi spremuto molto le meningi per supporre che commentando la Finanziaria le Regioni e i Comuni rossi avrebbero dichiarato di vedersi costretti, per colpa di Berlusconi, a tagliare i fondi per la Sanità e i servizi sociali. Così infatti è stato, ma c'era da immaginarselo: è il momento del «chiagne», mentre infuria l'altra attività.


Fra il popolo del «chiagne» (con quel che segue) si distingue per originalità Walter Veltroni, giunto a sostenere che a causa di quel cattivone del Cavaliere la sua (sua di Veltroni) Roma dovrà rinunciare alla illuminazione pubblica. E così, ma guarda tu, ma dimmi tu, tutti i romani al buio, anche se in un buio percorso da refoli di cultura, un buio intellettuale, equo e solidale. Già perché Veltroni, come il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e gli altri primi cittadini di sinistra, hanno già fatto sapere che su tutto si può lesinare, ma non sulla «cultura». Metto le virgolette perché in nome del relativismo col turbo per Veltroni, Chiamparino e soci è cultura, magari alta, il ballo in piazza, la notte bianca, la sagra del carciofo o della bagna cauda, il concerto di Piero Pelù (quello che non sapendo più come incensarlo, disse di Cofferati: «È il preservativo della classe operaia»), il torneo di Tresette o il ponte tibetano del quale ho detto. Stessi privilegi della «cultura» godono poi le consulenze (si arriva a ricompensare con 100mila euri all'anno un «esperto» per le questioni internazionali - il quale, se proprio è zelante, all'ora dell'aperitivo dà una occhiata ai titoli dei giornali e poi riferisce al sindaco - o, si regga forte caro Bottini, ad un consulente «per la pace». Ma se è per questo, il Comune di Firenze ha addirittura un assessore alla Pace). Insomma, Regioni, Province e Comuni spendono e spandono in cretinate, ma quando si tratta di stare un po' più attenti all'euro, gli unici a rimetterci sarebbero sempre, solo e comunque i servizi sociali. La Sanità in primis.
Le voglio raccontare un fatterello. La Regione Piemonte spende due milioni e 300mila euro all'anno per pagare le trasferte di assessori e consiglieri. Se il rimborso si limitasse alle spese sostenute per recarsi dalla città di residenza a Palazzo Lascaris, sede della Regione, potrebbe anche andar bene. Dico potrebbe perché parliamo di gente che ha parificato la propria retribuzione a quella dei parlamentari, pertanto si parla di bei soldoni. Abbastanza, comunque, per pagarsi la benzina o il biglietto del treno da Alessandria o da Asti a Torino. Ma il fatto è che a lorsignori sono rimborsate anche le partecipazioni a pubbliche manifestazioni. E vuol sapere come funziona? Funziona così: il consigliere tal dei tali passa alla cassa e dichiara d'essersi recato alla Fiera del Tartufo o a un torneo di bocce. Questo basta per vedersi accreditare sul proprio conto corrente 122 euri secchi più un tot per ogni chilometro percorso. Tutto sulla parola. E parola dopo parola si arriva a due milioni e 300mila euri. Comincino allora a tagliare quella spesa. Ci mettano, per far buon peso, il taglio dei due terzi di quanto scialano in «cultura». E il novanta per cento di quello che se ne va in consulenze. Diano una bella e vigorosa piallata alle auto blu. Mandino a casa con tanti ringraziamenti il «City manager» che grava sul libro paga per centinaia di migliaia di euri. Questo dovrebbero fare le persone serie e responsabili, altro che «chiagnere» (con quel che segue).
Paolo Granzotto