Basta con la legge della curva

Quello striscione è il velo che cade: è finito il mito della curva vista dal campo, la leggenda del tifo da omaggiare a ogni costo. Maldini contestato è la chiusura di una vita di compromessi e di sorrisi malevoli. Chi l’ha criticato per iscritto ha dimostrato che le curve non si possono governare se non dall’interno, che la legge ultrà appartiene a una logica che sfugge a chi non vive in curva. Non si sa se sia finito tutto, però è finito molto. Da questa parte, non da quella. È la prospettiva che conta. Perché questo capitolo triste e sgarbato, inopportuno nei tempi più che nei modi è una liberazione per i giocatori. È anche la possibilità di capire che finora avevano sbagliato tutto, la certificazione di un errore storico e pratico, di un atteggiamento troppo spesso coinvolto e coinvolgente, di un certo senso di superiorità che li ha portati a pensare che la gente sugli spalti si plasma a piacimento. Perché sono stati i calciatori e le società a rendere forti le curve, a dar loro potere, a renderle interlocutrici per le scelte di mercato e di gestione: gli ultrà sapevano spesso più di pezzi e pezzetti delle squadre, avevano e hanno numeri di telefono dei calciatori più importanti, fanno pubbliche relazioni del tifo. Alla fine di ogni partita, il rito del saluto alla curva, come obbligo emotivo oppure come prassi per evitare grane e piccole ripicche. Non si parla del Milan, ovvio. Si parla di tutti. Perché ogni squadra ha deciso in questi trent’anni di intrattenere relazioni più che sportive con i gruppi di tifo organizzato. È finita spesso male, perché il rapporto è sbilanciato: la massa di trentamila persone che risponde alle decisioni di un gruppetto di capi ultrà è malleabile e duttile. Uno ordina: «Fischiate» e la curva fischia, per osmosi e però spesso per volontà precisa. Allora i calciatori hanno sempre evitato i guai: i loro omaggi ai tifosi, sempre. Come forma di rispetto, come forma di gratitudine, come forma di tutela dalla rottura di scatole. Questa l’equazione: tu tifi, io ti saluto pubblicamente, tu puoi usare questo saluto come legittimazione politico-sociale nella curva, io non ho seccature. Un patto scellerato, o quasi. Un’arma che i giocatori non hanno mai saputo usare, perché non hanno capito che il vantaggio ce l’avevano sempre gli ultrà. È successo nelle grandi città, dove le curve sono più complicate e più difficili da decifrare. I problemi sono arrivati sempre con parti o frazioni del tifo, con gruppi specifici e sigle certe. Chiunque abbia rotto l’accordo tacito ha pagato. Ricordate le contestazioni a Lotito? I giornali scrissero che non c’era alcun motivo calcistico, ma solo la decisione del presidente della Lazio di interrompere la filiera produttiva che fino a quel momento aveva lavorato nel mondo laziale: basta biglietti omaggio, basta appoggi economici per le coreografie e le trasferte. È successo anche altrove e in ogni squadra. L’Inter aveva tifosi che stavano con un gruppo di calciatori e gruppi con altri gruppi, addirittura pezzetti di curva pro o contro un dirigente. La Roma pre Sensi idem, la Fiorentina pre Della Valle anche. Il Milan lo scopre adesso e così lo scopre anche mezza Italia. Perché stavolta hanno colpito un simbolo e forse hanno sbagliato davvero.
A Maldini quel gruppuscolo di contestatori ha rinfacciato la storia di Istanbul, quando il capitano milanista avrebbe definito «pezzenti» i tifosi che avevano criticato la squadra e la società dopo la sconfitta contro il Liverpool nella finale di Champions. «Grazie capitano: sul campo campione infinito, ma hai mancato di rispetto a chi ti ha arricchito». Così hanno scritto. Così i calciatori hanno capito che cosa pensano i tifosi: se loro esistono, è solo perché c’è qualcuno che appende uno striscione e fa un coro per loro. Il dramma è che forse per troppo tempo è stato così: i giocatori hanno cercato di usare gli ultrà, senza accorgersi di essere incapaci di gestirli. La storia del calcio italiano ha dimostrato ogni volta il contrario.
Maldini s’è ribellato a questa logica. Ha pagato quello che ha detto dopo Istanbul, quando ricordò a chi contestava il club tutti i trofei vinti dal Milan prima di quella Champions persa. Ha pagato magari anche quella frase detta un anno e mezzo fa, dopo Atalanta-Milan della domenica della morte di Gabriele Sandri. Rivedendo le immagini degli scontri tra atalantini, milanisti e polizia, Maldini disse: «Non possiamo essere ostaggio dei tifosi». Lo pensa anche oggi. Forse di più.