"Basta mentire: questa è eutanasia"

L’arcivescovo: "Parliamo di stato vegetativo, ma Eluana non è un
vegetale, è una persona. Possiamo giocare con le parole, la realtà non
cambia: vogliono far morire di fame e di sete una giovane che respira
da sola"

Milano - «Non mi permetterei mai di giudicare gli stati d’animo dei familiari. Ma non posso fare a meno di dire che ci troviamo di fronte a un caso di eutanasia a tutti gli effetti. Eluana non è un vegetale, è una persona». L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia per la vita, sta seguendo le ultime tappe della via crucis di Eluana Englaro, la giovane in coma profondo da 17 anni, giunta all’alba di ieri a Udine, nella casa di cura dove le saranno interrotti i trattamenti di alimentazione e idratazione che la tengono in vita.

Posso chiederle qual è il suo stato d’animo in questo momento?
«Avverto una crescente confusione. Negli ultimi giorni abbiamo saputo di giovani italiani e non italiani che si divertono a stuprare le ragazze, di altri giovani che per gioco danno fuoco a un pover’uomo che sta dormendo, e da ultimo assistiamo alla decisione di voler far morire di fame e di sete una giovane che respira da sola. Bisogna davvero rimboccarsi le maniche per far comprendere che cosa siano il rispetto e il valore della vita».

La magistratura ha «invaso» un campo non suo?
«Il Parlamento sta approntando una legge sul fine vita, che apprezzo per il suo grande equilibrio, e che giustamente dice di sì alle disposizioni del cittadino che vuole esprimere un proprio giudizio circa le cure più o meno proporzionate da applicargli nel caso si venisse a trovare in certe situazioni, ma che dice che alimentazione e idratazione non sono terapie e che dunque non si possono negare. Perché un altro organo istituzionale ha deciso di togliere acqua e cibo a Eluana? Hanno scritto nella sentenza che la giovane non soffre, ma obbligano i medici a darle degli analgesici durante l’agonia che purtroppo non sarà breve».

La famiglia Englaro chiede silenzio e rispetto in questo momento.
«Per sei mesi le notizie su Eluana sono rimbalzate su Tg e giornali. Si è voluto dare al caso il più ampio spazio possibile per obbligare il Parlamento a fare una legge vicina alla tesi ideologica radicale. E adesso si chiede il silenzio? Come può esserci silenzio mentre tramite una sentenza e in mancanza di una legge, vengono tolti acqua e cibo a una donna interpretando un desiderio da lei espresso diciassette anni fa? Non ci possono chiedere di stare zitti».

Ammetterà che diciassette anni sono tanti, sono lunghi. Non è comprensibile l’atteggiamento del padre di Eluana?
«Non dirò nulla di personale, non mi permetto di giudicare i sentimenti di chi è coinvolto. La famiglia merita rispetto, sono persone provate e non è giusto interferire nel loro dolore. Ma proprio il fatto di aver voluto questo caso sotto i riflettori, lo rende di dominio pubblico. Ci troviamo di fronte a un caso di eutanasia, a tutti gli effetti è eutanasia. Possiamo giocare con le parole, ma non cambiare la realtà. Si sta per togliere un elemento vitale a una persona, a una donna che ha una vita personale... ».

Però dal gennaio 1992 è immobilizzata a letto in stato vegetativo...
«Come diversi scienziati attestano e come affermano anche medici che hanno visitato Eluana, c’è in lei un’attività cerebrale. Purtroppo noi parliamo di stato vegetativo, ma lei non è un vegetale, è una persona. Io capisco gli stati d’animo dei familiari, capisco la rassegnazione nel vedere che un figlio è immobilizzato in quelle condizioni. Ma le suore dell’istituto Talamoni di Lecco dove Eluana è stata accudita durante questi anni avevano chiesto al padre di lasciarla a loro. Temo che si vada avanti solo in nome di un principio».

Una volta approvata la legge sul fine vita, questo resterà l’unico caso del genere?
«La legge, come ho detto, non considera alimentazione e idratazione delle terapie, ma come un sostegno vitale che non può essere negato. In mancanza di una legge, la magistratura aveva il dovere di chiedere al Parlamento di legiferare, invece non l’ha fatto e ha emesso una sentenza».

L’onorevole Coscioni, dalla Tv, le ha voluto ricordare l’esempio di Giovanni Paolo II, che alla fine disse: «Lasciatemi andare al Padre». Come risponde?
«Vorrei invitare l’onorevole Coscioni a non citare invano e del tutto fuori luogo l’esempio di Giovanni Paolo II che si trovava in fin di vita e chiese che non gli fosse praticato accanimento terapeutico. Il caso di Eluana è ben diverso e mi meraviglia che l’onorevole non riesca a comprenderlo».