Basta mezzo Contador E le sparate di Riccò si spengono sul Mortirolo

nostro inviato a Tirano

Un Tir contromano: ormai è questa l'ultima speranza d'Italia. Non ci resta altro. Se qualcuno tiene fegato per una simile impresa si attrezzi quanto prima. Bisogna fare in fretta, non rimane molto tempo: più o meno mezz'ora, cioè quanto l'Indurain di domani impiegherà per percorrere a cronometro i 28,5 chilometri che separano Cesano Maderno da Milano, ultimissima tappa del Giro. Così siamo messi: soltanto un gigante della strada può realisticamente pensare di strappare la maglia rosa ad Alberto Contador. Gli avversari, no. Tanto meno Riccò, che è il più vicino, distanziato di soli 4’’: tra i due, nella raffinata specialità del tempo, c'è la stessa differenza che corre tra un violinista e un suonatore di citofoni.
Conviene portarsi già avanti con la rassegnazione. Inutile coltivare stupide velleità. Contador ha in tasca il Giro 2008, Contador vincerà il Giro 2008. Magari vincendo pure l'ultima tappa. Tutto questo, in un certo senso, a sua insaputa. O persino controvoglia. Una settimana prima del via, l'ultimo vincitore del Tour stava in spiaggia e mai più sognava che la sua squadra avrebbe ricevuto in extremis l'invito al galà rosa. Convocato d'urgenza, ha messo due stracci in valigia, ha lasciato la sdraio ed è partito per Palermo. Convintissimo, come tutti quanti noi, di fare tuttalpiù da maggiordomo al capitano Klöden. Poi si sa com'è la vita dei baciati dalla grazia: anche senza volerlo, compiono prodigi che alla normalità degli uomini sembrano imprese. Senza conoscere un solo metro del percorso, l'ha affrontato con umiltà e prudenza, cercando solo di tenere le ruote dei migliori. All'Alpe di Pampeago, prima salita vera, la giornata più dura. Sulla Marmolada, il giorno dopo, la giornata migliore: l'improvviso arrivo della maglia rosa, ma soprattutto, come ricorda ora, «la convinzione che si poteva vincere».
Oggi vincerà. Con il minimo impegno, con una gamba sola. Il solito Riccò, livido di rabbia, non gli riconosce neppure il gesto cavalleresco dei complimenti: «Si dice sempre vinca il migliore. Ma questo Giro non lo vince il migliore». Sono opinioni. Ma il nostro spaccone baby dovrebbe quanto meno meditare sulla sua stessa freccia avvelenata: mezzo Contador, quello che lui definisce «non il migliore», comunque basta e avanza per battere tutti quanti. Facciamoci qualche domanda, diamoci anche qualche risposta.
Senza esagerare con gli sforzi, basta restare all'ultimo tappone, il più teso e il più atteso. Una tappa da prendere e buttare subito in discarica. Mai visto il Mortirolo tanto profanato e mortificato. La sua storia passata è lì a dimostrarlo: su queste pendenze irresistibili, il Giro ha vissuto le sue giornate più nobili e più indimenticabili. Stavolta, una pizza. È come se alla prima della Scala, improvvisamente, entrasse in scena Mino Reitano. Dopo un Gavia ad andamento lento, sul Mortirolo è lecito e doveroso aspettarsi il finimondo. Invece, soltanto scatti telefonati. Soprattutto di Sella e del redivivo Simoni. Il più gettonato - soprattutto da se stesso - Riccardo Riccò riesce soltanto a cincischiare. Della prosopopea sbandierata in questi giorni, resta un mucchietto di polvere. Contador, qui più ancora che altrove, va in carrozza. Mai in difficoltà, mai seriamente a rischio. Purtroppo, a pagare pesantamente è il solo Di Luca: lo sforzo della fuga al Monte Pora, il giorno prima, gli presenta un conto salatissimo. Per lui, addio sogni di maglia rosa, ma anche di semplice podio. Il voto complessivo è comunque alto, perché resta il solo tra i big ad aver firmato una vera fuga da lontano, come usava una volta. Con lui, promozione e standing ovation per Marzio Bruseghin, il gregarione azzurro allevatore d'asini, che resiste valorosamente sulle pendenze nemiche e si ritaglia la concreta possibilità di conquistare il podio quest'oggi, nella cronometro molto amica.
Il resto del tappone, cioè l'Aprica, dice soltanto Emanuele Sella. Il puffo volante riparte da solo e da solo rivà a vincere, terza volta in questo Giro. Per l'occasione, la classica dedica non è riservata né alla morosa, né alla mamma. Va a Riccò, che il giorno prima l'aveva accusato di servire il nemico Contador, con volgari insinuazioni di mance sottobanco. Sella, che è più signore, così si limita a dire: «Gli ho dimostrato che io non corro per Contador. Io corro solo per me stesso».
Riccò è un talento. In montagna. Ma prima di diventare grande deve rimettersi un po' in ordine. I personaggi che parlano chiaro e dimostrano carattere sono sempre stimabili. La sua però è tutt'altra pasta: sa troppo di bullismo balnerare. In tre settimane di Giro, è riuscito a fare più danni dell'uragano Mary. Ad uno ad uno, s'è giocato a maleparole tutti gli avversari. Nell'ultimo tappone, evade persino l'ultima pratica rimasta aperta: la propria squadra. «Contador vince per merito della squadra, io perdo perché non ce l'ho». Bellissima esibizione, per un capitano. Soprattutto proprio al termine di una tappa che lo voleva epico, ma che lo vede timido e anonimo. Sul suo capo cadono come mannaia le poche parole di Bruseghin: «Credevo di avere più aiuto da chi dice sempre di avere gambe monumentali». È chiaro a tutti che non si riferisce agli asini suoi.