«Basta ministeri, meglio i governatori»

Per costruire un nuovo asse federalista il partito vuole la guida delle Regioni e non incarichi romani

da Roma

«Libertà, identità, rispetto della propria terra, delle proprie tradizioni e della propria cultura. La Lega resta l’unico movimento con degli ideali forti e che fanno presa sulla gente. L’unico che è presente ogni giorno sul territorio con feste completamente autogestite dove facciamo tutto in casa, catering compreso. E siamo i soli a dire le cose in maniera chiara, senza troppi giri di parole. Per esempio: “Il Veneto ha 140 milioni di buco l’anno sulla Sanità, però ogni anno versa alla Stato 900 milioni come contributo solidarietà”. Più chiaro di così...». Luca Zaia, vicepresidente del Veneto, fa parte di quel folto gruppo di under 40 che rappresenta la futura classe dirigente del Carroccio. A 39 anni ha già fatto in tempo a farsi le ossa con due mandati consecutivi alla guida della provincia di Treviso, vera e propria roccaforte leghista. E dal 2005 è il vice di Giancarlo Galan in Regione.
Una terra, il Veneto, dove la leadership di Umberto Bossi è sì autorevole, ma non così determinante come in Lombardia o in altre nazioni della cosiddetta Padania, tanto che nella querelle Tosi-Meocci per la candidatura a sindaco di Verona il Senatùr ha preferito non mettere più di tanto bocca. Per una serie di ragioni (soprattutto storiche) è qui, dunque, che l’elemento del «leader carismatico» - uno degli ingredienti fondamentali della ricetta leghista - perde un po’ della sua forza e tende a diluirsi. Eppure, le corde che muovono la Liga Veneta sono esattamente le stesse del resto della Padania: rapporto con il territorio, battaglie politiche quasi sempre di una certa lungimiranza (almeno dal punto di vista dell’impatto con l’opinione pubblica) e grande spazio ai giovani.
E già, perché basta dare una sfogliata alla Padania, il quotidiano leghista diretto da Leonardo Boriani, per avere conferma del fatto che quella delle feste padane non è affatto una favola. Un’intera pagina - fitta come quella dei cinema - è sempre dedicata agli appuntamenti sul territorio. Per farsi un’idea, questi sono solo alcuni di quelli annunciati sulla Padania del 13 luglio: Venezia, Treviglio, Torre Boldone, Podenzano, Oppeano, Soncino, Valeggio sul Mincio, Missaglia, Caiolo, Besozzo, Caronno Varesino, Trescore Cremasco, Fubine, Castelletto sopra Ticino, Arona, Grignasco, Arenzano, Brugherio, Spino D’Adda, Bussoleno, Busnago, Cesano Maderno, Lezzeno, Albino, Gussago, Pecorara. Insomma, dalla grande città alla più piccola delle frazioni. A conferma del fatto che, almeno al Nord, ormai le feste di Paese non sono più cosa di sinistra ma a tutti gli effetti «cosa padana».
E qui sta uno degli elementi principali del successo della Lega che, a dispetto di chi ne aveva pronosticato una lenta ma inesorabile scomparsa, è uscita dalla tornata amministrativa di due mesi fa più fresca che mai. Merito della netta ripresa di Bossi, certo, che dopo la lunga malattia da qualche tempo sembra tornato a tenere saldamente in mano le redini del partito, ma anche di un rapporto diretto tra dirigenti locali e territorio che non è mai mancato.
Ne sa qualcosa uno come Roberto Calderoli, che dalla sua gente è amatissimo anche perché non diserta quasi mai la nottata di «veglia» insieme ai militanti alla viglia di Pontida.
Ed è soprattutto grazie a questa vicinanza con la base - di cui Bossi è sempre stato il fautore più convinto con le sue centinaia e centinaia di nottate passate a bere Coca Cola e disquisire di immigrazione piuttosto che di quote latte - che ha reso il Carroccio uno dei pochi partiti in grado, a torto o a ragione, di interpretare i sentimenti e i timori della gente. Per dirla con le parole dell’azzurro Aldo Brancher - insieme a Giulio Tremonti una delle cinghie di collegamento tra Forza Italia e Lega - «oggi scopriamo che in Italia arrivano i dentifrici taroccati dalla Cina», ma «ieri quando era il Carroccio a sollevare la questione dei dazi sui prodotti del mercato cinese li prendevano tutti per pazzi...». Di esempi - al di là della bontà delle posizioni sostenute e dei toni spesso e volentieri eccessivi - ce ne sono altri: dalla questione immigrazione a quella islamica, dalla sicurezza alle critiche alla Costituzione europea. Questioni su cui la Lega si è trovata spesso ad essere inseguita. Su tutti, la questione del federalismo. «Anni fa - ricorda Zaia - ci prendevano per pazzi. Oggi, invece, al Nord la sinistra punta tutto sul federalismo. Basta guardare Chiamparino, la Bresso, Illy o Cacciari».
(2.Fine)