«Basta Molière, vi racconto il Nord Est»

Ma «Il lavoro rende liberi» non è proprio alta letteratura

Enrico Groppali

L'uomo è alto di statura, asciutto e dinoccolato, e fissa il mondo con due occhi da scoiattolo che ti frugano, ti giudicano, ti valutano e subito dopo ripiegano come quelli di un furetto sul loro insindacabile universo. Che non ha nulla da spartire né con l'ascoltatore né con la stanza in cui ci troviamo perché Toni Servillo, regista-rivelazione a teatro e attore-rivelazione sul grande schermo, è un autentico sognatore assorto in enigmatiche lontananze. Unicamente preoccupato di registrare il più fedelmente possibile i messaggi del mondo esterno e le interiori intermittenze del cuore. Non si può dire che non sia cordiale, anzi è la gentilezza fatta persona. Come non si può definire né apatico né antipatico un signore che sceglie con accuratezza le frasi più appropriate e le parole più adatte in base a ciò che gli comunichi quando cerchi di sondarlo. Perché lui, come un grande giocatore di poker, ti soppesa e ti sottintende provocando, senza parere, le tue reazioni. Solo un'altra volta mi sono scontrato con un carattere così. È accaduto tanto tempo fa, alla Martinica, quando un amico, credendo di farmi piacere, mi presentò Omar Sharif che, cortesissimo, mi intrattenne a lungo sulla filosofia degli scacchi mentre le sue dita nervose non perdevano d'occhio il lucido specchio delle torri e dei fanti per sbaragliare l'avversario. Ma a Servillo mi guardo bene dal dirlo. Chissà come la prenderebbe. Per farlo parlare, comincio anzi con una banalità.
Com'è nata la sua vocazione al teatro?
«Mi chieda piuttosto quando è nata. È più appropriato, non crede?».
Ha ragione. Ma di lei so pochissimo. Vuole venirmi in aiuto? «Non mi dirà che non si ricorda più cosa avveniva a metà degli anni settanta? Quando a Napoli si tentava di interpretare il mondo attraverso l'arte comportamentale. C'era il Teatro dei Movimenti di Antonio Neiwiller, più tardi Martone fondò Falso Movimento... Poi arrivarono i nuovi autori, da Annibale Ruccello che è morto troppo presto ad Enzo Moscato definito da alcuni il nuovo Pasolini. Erano anni duri e accidentati, il tempo della rabbia e dei fermenti giovanili, il periodo delle asprezze ideologiche».
Mi sta dicendo che, oggi, aspro non si sente più?
«L'asprezza è una condizione vitale che non ci abbandona mai. Ha visto Le conseguenze dell'amore, il film di Sorrentino che ho girato l'anno scorso?».
L'ho visto, e la sua interpretazione mi ha fatto quasi paura. Titta Di Gerolamo, il corriere di Cosa Nostra segregato da anni in un albergo svizzero, fa pensare a un cadavere che cammina... È d'accordo?
«In effetti quel personaggio misterioso che pare uscito da un libro di Thomas Bernhard o da un dramma di Beckett, mi ha spaventato e sedotto per un'altra ragione».
Sentiamo...
«È già morto, ma vive come un non morto, in attesa del denaro che ricicla e della dose settimanale di eroina. Al punto che non si può parlare d'amore quando si accorge di Olivia Magnani, la cameriera dell'hotel. La crisi, che lo fa precipitare nella tragedia, non è una passione improvvisa, ma un'irresistibile curiosità».
Dove la porta oggi questa curiosità? Non le nego di essere rimasto stupito che a teatro, dopo il trionfo di Sabato, domenica e lunedì, il suo spettacolo che ha fatto incetta di premi, adesso abbia varato Il lavoro rende liberi di Vitaliano Trevisan che, a parte il nome di battesimo, non è certo Vitaliano Brancati..
«Sabato, domenica e lunedì è il primo tassello di una trilogia che culminerà, tra due anni, nella messinscena della Trilogia della villeggiatura di Goldoni. La mia si propone quindi come un'indagine sulla lingua e la società italiana. Ieri, sul palco, ho trasportato Napoli, domani la borghesia veneziana del Settecento. Perché in bilico tra l'uno e l'altro, secondo lei, non ci dovrebbe essere un contemporaneo che ci parli dei problemi del Nord Est del Paese?».
Tutto bene, se il comportamento e i problemi di quei personaggi non fossero così banali. Non se n'è accorto?
«Non sono d'accordo con lei. A me, degli autori d'oggi, interessa studiare il paesaggio umano che esprime certe tendenze e sottolinea certi caratteri. La società è in movimento, la società si trasforma. E noi teatranti non possiamo nasconderla al pubblico».
Nel suo passato ci sono stati Marivaux e Molière. Adesso non la interessano più?
«Mi stanno chiamando altri autori, della nostra come di altre epoche. Voglio salire in scena, in futuro, per rendere giustizia al loro mondo espressivo. Perché io non sono un regista, ma un direttore d'attori: il primo violino di un'orchestra d'archi».
Un'ultima domanda: cosa pensa di Mozart, lei che ha firmato la regia delle Nozze di Figaro?
«Che forse non avrebbe scritto una musica simile se, accanto a lui, non ci fosse stato un genio come Lorenzo Da Ponte. Un commediografo che era soprattutto un regista».