Basta mugugni nel Pdl Mantenete le promesse

C’è chi pensa che Berlusconi sia un cane morto. È alle prese come al solito con una sfilata di processi e con l’accanimento giudiziario

C’è chi pensa che Berlusconi sia un cane morto. È alle prese come al solito con una sfilata di processi e con l’accanimento giudiziario e neopuritano, anzi pruriginoso, contro la sua immagine di uomo pubblico e i suoi comportamenti privati. L’azienda di famiglia deve difendersi dalla manipolazione politica e dalla crisi. Il partito che emerse dal ceppo originario di Forza Italia e di An è una squadra forte, decisiva per la maggioranza che sostiene il governo, ma divisa e incerta nel fronteggiare le misure del governo Monti, impopolari in segmenti importanti del suo elettorato (inoltre è in corso una successione formalmente avviata dallo stesso Berlusconi che però stenta a prendere la forma impegnativa di una nuova leadership con idee e progetti). La perdita di credibilità dei partiti nell’opinione degli italiani è trasversalmente diffusa, ma il vantaggio provvisorio nei sondaggi è per gli avversari di Berlusconi. Le alleanze vecchie sono in ballo, con una Lega d’opposizione divisa e un centro popolare schiacciato sull’operazione Monti-Napolitano e indisponibile a un dialogo privilegiato con il Pdl. Cane morto, questo è il referto di molti esperti della politica.

Quando il Cav. abbaia o è di malumore, sono in pochi a credergli, a considerare realistica da parte sua l’invocazione, per quanto «paradossale», di un ritorno al timone. Una parte degli arcinemici di una vita agita lo spauracchio di un suo ruolo ritorsivo e vendicativo, come sempre alla ricerca di un uomo nero per trasformarlo in totem da abbattere. Berlusconi ha non mille ma centomila ragioni per rivendicare la sua responsabilità istituzionale nel gesto delle dimissioni, a sottolineare che ha ancora in mano la carta della legittimità elettorale scartata e marginalizzata dalla formula di democrazia sospesa nella quale si muove un esecutivo tecnocratico non eletto, a sbugiardare i lupi che hanno sostenuto la sua esclusiva responsabilità nella vasta e acuta crisi internazionale ed europea che ha colpito il debito pubblico italiano e obbligato il Paese a una costosa manovra di emergenza tutt’ora in corso. Quella manovra fu incominciata da lui stesso e dal suo governo, sebbene in ritardo e in mezzo a convulsioni che ebbero effetti paralizzanti e politicamente letali. Berlusconi ha ragione, ma la politica lo ha messo dalla parte del torto. Guai ai vinti che non elaborano il significato di una sconfitta e non procedono oltre, inventandosi una nuova strategia che sia persuasiva ed efficace. Il mugugno è comprensibile, è inevitabile per un certo periodo, corrisponde allo stato di stuporoso sconcerto di una classe dirigente che disponeva di un’ampia e legittima maggioranza per governare e alla fine ha volontariamente deciso di cedere il passo, di evitare il giudizio delle urne, e di adeguarsi a una soluzione decisa in parte nel palazzo italiano e in parte nelle cancellerie europee (a mio giudizio in modo azzardato); il mugugno è sacrosanto, entro certi limiti, ma non è una politica all’altezza di quel che Berlusconi ha promesso, di quel che ha fatto di buono, e perfino della grandiosità un po’ surreale dei suoi errori o dell’anomalia conclamata del suo modo di essere un privato alla guida dello Stato per tanti anni.

Per elaborare una perdita politica ci vuole tempo, occorre però darsi un orizzonte, far lavorare la fantasia, infine prendere l’iniziativa e procedere a molte operazioni di verità. Il rischio è quello dell’occasione mancata. Il fatto che Berlusconi non sia un cane morto in realtà è certificato dallo stesso modo di procedere del capo del governo tecnocratico chiamato a succedergli con il suo consenso. Monti ha molti difetti, può risultare intollerabile il fatto stesso che sia alla guida di un ministero costruito dall’alto, è dubbio che riesca nella sua impresa, ma si sta comportando con un certo fair play verso il suo predecessore, verso l’Italia di Berlusconi, la sua esperienza. Non manca mai di riferirsi al meglio dei governi di centrodestra, per esempio alla riforma Gelmini dell’istruzione pubblica e al rigore dei conti che è la base di partenza per le correzioni di rotta imposte dallo spread fra gli interessi italiani e quelli tedeschi sui titoli, infine su liberalizzazioni e lavoro si appresta a fare cose che i governi Berlusconi hanno affannosamente cercato di fare senza riuscirci fino in fondo.

Monti sfrutta il vantaggio che gli deriva dal commissariamento della Repubblica, laddove al Cav. toccava lo svantaggio di una folle battaglia di arresto e di paralisi del sistema condotta all’unisono e con metodi fortemente scorretti dalla sinistra istituzionale, dal potente gruppo Espresso-Repubblica, dai sindacati e da molti poteri finanziari coalizzati contro l’outsider. Farsi rinchiudere dalla logica delle cose in una zona grigia di insofferenza, di protesta, di rancori e di rimpianti non è una politica. Sarebbe molto più produttivo per il lascito e anche per la residua vitalità del blocco berlusconiano incalzare la sinistra e il sistema tutto, sfidarlo a fare bene e più a fondo quel che in parte i governi di centrodestra avevano fatto, e quel che il fondatore incarnato del bipolarismo politico aveva promesso invano di realizzare.