BASTA PRIVILEGI PER GLI STATALI

È annunciata una riforma, d’iniziativa governativa, delle regole che disciplinano - troppo blandamente - gli scioperi nei servizi pubblici in generale e nei trasporti in particolare. Ecco una notizia che farà sicuramente piacere a una maggioranza schiacciante di italiani, periodicamente vessati dalla paralisi di treni, tram, autobus, traghetti, controllori di volo e via dicendo; e che si presta a qualche considerazione riguardante l’immane esercito dei dipendenti pubblici nel suo complesso.

Per ogni loro sciopero sono addotti motivi seri d’insoddisfazione: per il trattamento retributivo e per il trattamento normativo. Mi guardo bene dal mettere in dubbio la legittimità dello scontento. Le strutture e la filosofia d’uno Stato che non punisce i fannulloni - ci prova Brunetta, auguri - e non premia i suoi migliori servitori sembrano fatte apposta per generare inquietudini. Ma con grande franchezza e amicizia, in un momento di terribile crisi dell’economia mondiale - e italiana - devono essere rammentate agli irrequieti “pubblici” alcune elementari verità.

La prima è che il personale “privato” vive attualmente una duplice angoscia: quella di buste paga che non reggono il confronto con il rincaro dei prezzi, e quella d’una possibile bancarotta della loro azienda. Bancarotta alla quale seguirebbero i drammi del licenziamento o della cassa integrazione. Proprio perché consapevoli della drammaticità di questo momento alcune maestranze hanno accettato riduzioni d’orario - che significano riduzioni di salario - o addirittura decurtazioni del salario stesso. Il “pubblico” è al riparo da queste incognite. La sua “azienda” - si tratti di una municipalizzata o di un’amministrazione regionale o d’un ministero - non fallisce anche se è gestita malissimo, se ha conti in rosso profondo, se fornisce al cittadino un “prodotto scadente”.

Non basta. Negli ultimi quindici anni, secondo statistiche attendibili, i “pubblici” hanno ottenuto aumenti retributivi nettamente superiori a quelli dei privati. Il fenomeno ha una spiegazione semplice. Il dipendente privato deve confrontarsi con un interlocutore grintoso, perché ne va dell’azienda, il “pubblico” ha per interlocutore un politico che non paga di tasca sua. E sia. Ma è inammissibile che poi i “pubblici” si agitino e scioperino più dei privati. Questo era sempre, a mio avviso, sbagliato. Diventa indecoroso quando sul Paese si addensano i nuvoloni neri della recessione.

Ho letto che per iniziativa della Cgil - per fortuna gli altri sindacati non partecipano - il 18 marzo dovrebbe fermarsi la scuola. Senza dubbio lo sciopero appartiene a una fallimentare strategia antiberlusconiana. Ma un altro suo ingrediente sta nel totale disprezzo per la realtà, in uno sfascismo incosciente e insolente. Non è che la scuola sia senza problemi, ci mancherebbe. Ma il personale che ne fa parte non dovrebbe dimenticare un solo istante, in questi frangenti, che il suo salario è certo, e quello di tanti bravi impiegati e operai incertissimo.

Appartiene ai paradossi dell’Italia in cui viviamo il fatto che la Cgil, ossia il sindacato ritenuto difensore degli operai, sembri poco interessato alla loro sorte. Infatti, non è un caso, gli operai in gran numero votano per Berlusconi. Nessun pregiudizio, sia chiaro, nei confronti dei dipendenti pubblici. Ma anche nessun privilegio da aggiungere ai molti di cui godono.