Basta un «sì» per cambiare volto al Paese

Maurizio Gasparri*

Sono fermamente convinto che la riforma federalista è una grande opportunità di modernizzazione del Paese. Federalismo, infatti, al contrario delle spiegazioni demagogiche offerte dalla sinistra in queste ore, significa responsabilità, semplificazione, sburocratizzazione, collaborazione tra pubblico e privato. Le Regioni, assumendo una responsabilità esclusiva, devono dimostrare di essere responsabili nel varare le leggi. Buone leggi consentiranno di utilizzare le risorse in modo più efficiente. Il passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni può rendere più trasparente l’utilizzo delle risorse attraverso la responsabilità delle autonomie locali, la cui spesa diventa molto più controllata dai cittadini che non a livello centrale. Il fatto che il nostro ordinamento può evolvere in senso federale va in una direzione intrapresa da molti Stati moderni, che così hanno riequilibrato il riparto delle competenze tra Stato e Regioni. Alle Regioni vengono devolute particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e politica locale. Tutte avranno la stessa opportunità, senza penalizzazioni per alcune aree rispetto ad altre e senza la differenziazione tra le regioni prevista dalla riforma del 2001 approvata dal centrosinistra, che aveva cancellato il concetto di interesse nazionale, da noi reintrodotto. Significa che tutte le leggi dovranno rispettare questo criterio. Aumentano le garanzie per i comuni e le province, gli enti più vicini ai cittadini, che potranno ricorrere alla Corte Costituzionale in caso di lesione delle proprie competenze.
Inoltre, ci sarà una forte riduzione del numero dei parlamentari, con significativo risparmio per le finanze pubbliche, con i cittadini che sceglieranno, grazie al premierato, maggioranza parlamentare, coalizione di governo e primo ministro. Anche le Camere subiranno un importantissimo cambiamento: non più due camere identiche, l’una doppione dell’altra, ma un Senato federale, con una sua funzione specifica, a rappresentare le esigenze delle Regioni, mentre la Camera resterà ad occuparsi delle leggi dello Stato, con una semplificazione del procedimento legislativo. Non ci saranno più, insomma, lunghi e ripetuti passaggi di testi fra le due Camere, ma ciascuna approverà le leggi nelle materie di propria competenza, con riduzione di tempi e di costi per le casse pubbliche.
La nostra riforma costituzionale non spacca ma anzi ricompatta il Paese perché definisce con chiarezza le materie assegnate alla competenza delle Regioni e determina il ritorno di alcune materie importanti alla competenza dello Stato. Si realizza così un federalismo solidale, molto più equilibrato e comunitario di quello voluto dalla sinistra, che oggi accusa la maggioranza di varare la riforma federale senza avere prima fatto il conto dei costi, utilizzando in maniera propagandistica e scorretta cifre che non tengono conto della nuova e diversa impostazione della riforma costituzionale. In realtà è stato il centrosinistra ad approvare, per soli quattro voti nella primavera del 2001, una parziale riforma federale senza accertarne il costo. Una riforma che ha irresponsabilmente portato a un aumento delle spese e a una esplosione del contenzioso tra Stato e Regioni. Il 25 e 26 giugno, però, votando sì, si può voltare pagina. In questi giorni, in queste settimane, la destra italiana, con gli altri partiti della Casa delle Libertà, sta combattendo con tutte le forze questa battaglia, con una serie di manifestazioni che vedono protagonisti i parlamentari, le donne, i giovani, gli intellettuali, le associazioni. Basta leggere con attenzione il testo della riforma per capire che questa scadenza ha un valore non solo fondamentale per la vita del Paese (basti pensare che i membri di Camera e Senato saranno ridotti di 177 unità) ma anche un significato politico di grande rilievo. Disertare le urne vorrebbe dire perdere un’occasione irripetibile per migliorare il futuro dell'Italia.
parlamentare di An
Comitato per il Sì al referendum