«Basta, sposo Elisabetta È una donna semplice Con lei diventerò papà»

Intervista al manager di Formula 1 al suo penultimo Gran Premio prima delle nozze con la showgirl Gregoraci «Mi fa sorridere alla vita»

nostro inviato

a Montecarlo
Flavio Briatore presto sposo fa molto strano e poco Billionaire. Di solito, il tender del Force Blu, il suo yacht bianco e blu di 64 metri e tre piani, fa la spola con i molti ospiti illustri. Stavolta porta un carico di domande. All’entrata, un quadro di Botero apre l’immenso salone del primo deck. «Voglio che non sembri una barca», aveva detto Briatore all’architetto. In effetti, pare un palazzo con fondamenta, dove i venti membri dell’equipaggio hanno tutto tranne del marinaio, dove il rovere sbiancato a tinte leggere domina sovrano anche sulle pareti e il mare diventa una foto dalle grandi finestre. Di oblò, neppure l’ombra. Il padrone di casa riceve per le interviste al piano superiore, dunque, ascensore - sì ascensore, non scale - ed ecco il secondo deck: a sinistra, la sala cinema con poltrone da business class, poco più avanti si aprono le stanze della zona notte, dove campeggia una foto sensuale della futura signora Briatore: Elisabetta Gregoraci. Lei non c’è. Dev’essere due piani sopra, nel prendi sole grande come un campo di tennis. A destra, si entra invece nel grande salone con camino in marmo, due salotti e le foto del suo mondo: ancora Elisabetta e un’immagine con Nelson Mandela. E pure Naomi.
Signor Briatore, perché si sposa?
«A un certo punto senti il bisogno di non pensare più solo a te stesso».
Briatore, perché si sposa?
«Arriva il momento in cui sei pronto ad avere obblighi e doveri verso un’altra persona».
Briatore, perché si sposa?
«È naturale se trovi qualcuno complice che come te sa che tutto cambierà».
Si dice che sarà un buon padre?
«Chi lo dice?».
Alonso, due volte campione del mondo F1, suo pilota. Ha detto: Flavio è come un padre per me...
«Abbiamo un rapporto raro io e lui, però non dimenticate che sono campioni, ma anche ragazzi giovani, che vivono in mezzo a molte tensioni».
Però è un buon segno.
«Certo, se lo adotto… con quel che guadagna».
Magari è davvero portato a far da papà?
«Se si decide di vivere in due è per diventare poi tre, magari quattro».
Il 15 giugno a Roma chi le mancherà?
«Mi mancheranno i miei genitori che non ci sono più. E anche altre persone, perché sarà una cerimonia ristretta».
La cerimonia due anni dopo la grande paura, quando le fu diagnosticato un cancro e si fece subito operare. Era il giugno 2006.
«Sì, è vero, ma è solo una coincidenza dettata dall’agenda degli impegni. Ricordo, accadde in America, scoprii tutto a un tratto di non essere invulnerabile».
Quattro anni fa ci disse: mi piacerebbe andare in farmacia o a far la spesa come una persona normale e magari conoscere una donna semplice...
«Ricordo. E l’anno dopo ho incontrato Elisabetta. Non è una farmacista e neppure una casalinga, ma è una donna semplice».
E si è innamorato a tal punto da volerla sposare.
«Certi passi vanno fatti quando te lo senti. Ognuno di noi ha il libro del destino segnato, puoi cambiare un capitolo, qualche pagina, non tutto il libro. C’è chi ha tracciato la nostra strada e noi dobbiamo seguirla».
Che cosa l’ha stregata in Elisabetta?
«Che sa sorridere, sa sdrammatizzare. In questo ambiente siamo troppo presi dagli impegni e non ci rendiamo conto che quel che viviamo è solo un passaggio. Conviviamo con lo stress, il cuore, il colesterolo, ci illudiamo di essere immortali, pianifichiamo strategie e progetti da qui a venti anni… quando invece dico che sarebbe meglio andare al mercato e comprare banane sempre mature, perché quelle troppo verdi, magari, non si vive il tempo per gustarle. Ed Elisabetta sa starmi vicino in tutto, problemi compresi».
Anche due anni fa, nella malattia?
«Sì, moltissimo».
Yacht, Billionaire, Cannes, Montecarlo. Poi c’è quell’altro mondo… quello dei problemi, della gente che soffre. Aiutare qualcuno?
«I bambini. Seguo e aiuto i bambini. Non hanno chiesto loro di nascere in certi posti, in certe situazioni. Penso agli anziani: divento matto quando leggo di persone che hanno lavorato tutta la vita e non riescono ad arrivare alla fine del mese».
Prima parlava di quel qualcuno che ha tracciato una strada per lei. Si è scoperto religioso?
«Nessuna scoperta: io sono religioso. Io sono credente. È successo che vicino a casa mia, a Londra, c’è una chiesetta. C’è da sempre, ma non l’avevo mai notata. Ci sono andato una, due volte, poi tre, e senza rendermene conto ho ripreso un dialogo interrotto da tempo. È giusto dialogare con la tua fede, è giusto avvicinarsi a valori più semplici, a cose più vere».
Politica, Berlusconi al governo, larga maggioranza, non ci sono più scuse.
«E infatti, dall’estero, guardano all’Italia già in modo diverso. Berlusconi riesce ad avvicinare il nostro Paese alle grandi potenze, diventiamo parte dello show mondiale, mentre prima eravamo spettatori indesiderati e… pure sfigati».
E dall’estero che si dice della sicurezza, dell’immigrazione?
«Si dice che se tu straniero vieni da noi, devi rispettare le regole e io Stato devo metterti in condizione di farlo. Per cui se non c’è lavoro è giusto che torni a casa, altrimenti resti e vieni integrato».
Perché gli italiani non integrano?
«No, sono razzisti. Avevo cinque anni quando, a Cuneo, mi indicarono un ragazzo. Quello è un meridionale, dissero. E non era nero e non era rom. È la stessa storia che si ripete».