Basta spot regionali, vendiamo una sola Italia

Il settore è in difficoltà ma sulle responsabilità è un gioco di scaricabarile. Intanto Francia e Spagna ci danno la polvere

Era difficile immaginare che i consumi turistici si comportassero diversamente da tutti gli altri. La stagione non è ancora conclusa ma, al momento, sembra che ci si assesti su un 3% in meno di presenze rispetto all’anno scorso. Un risultato che non solo peserà sul conto economico del 2008, ma soprattutto rischia di trasformarsi - e questa è oggi la maggiore preoccupazione - nel dato strutturale di un settore che già da parecchi anni, per una molteplicità di cause non legate soltanto alla sempre più agguerrita concorrenza degli altri Paesi, sta perdendo quote di mercato. E la cosa che mi pare più grave, a fronte delle pur legittime lagnanze delle imprese che vedono smagrire i loro bilanci ed assottigliarsi il numero delle prenotazioni, è che fino ad ora non si sia fatto nulla di serio e di concreto per cercare almeno di arginare questa preoccupante situazione.
Per invertire la rotta occorre ridare una politica nazionale al settore del turismo. E continuando con il gioco dello scaricabarile di cui questo Paese è sempre stato maestro, sarebbe difficile trovare la quadra di un problema che, più o meno consapevolmente, è stato lasciato fino ad oggi a bagnomaria da parte di tutti. Come se i circa 159 miliardi di euro che ogni anno vengono ancora prodotti, in modo diretto o per indotto, da ogni tipo di attività turistica fossero un «superfluo» di entrate di cui la nostra economia potrebbe anche fare a meno. Come se il nostro Pil, il cui aumento è oggi quasi a quota zero, non avesse bisogno di questa risorsa per risalire un po’ la china.
Io non intendo giocare a scaricabarile, ma piuttosto esporre fatti che purtroppo credo siano incontrovertibili. C’è un problema che deve essere affrontato e bene ha fatto Il Giornale a evidenziarlo nei suoi servizi. È dal 2001, da quando cioè il governo di centrosinistra decise di trasferire alle Regioni tutte le competenze di questo settore, che non esiste più, in Italia, una politica del turismo degna di questo nome. E il risultato - come ha apertamente e criticamente ammesso qualche mese fa lo stesso presidente del coordinamento delle Regioni, Errani - è che da quella data il nostro Paese ha avuto non una ma 20 anzi 21 politiche turistiche l’una diversa dall’altra, l’una del tutto sconnessa all’altra e nessuna linea di indirizzo che, in qualche modo, le programmasse globalmente. Con la conseguenza che qualche regione, disponendo di competenze e di strumenti adeguati, ha portato a casa risultati apprezzabili, anche se ovviamente limitati alla propria area, ma molte altre - direi la maggior parte -, dopo aver immagazzinato poteri e risorse, li hanno spesso male impiegati o peggio ancora. E tutto questo proprio nel momento in cui, ad esempio, la Spagna e la Francia, cioè i nostri più temibili concorrenti, mettevano a sistema tutto il settore nella convinzione che la gestione di una politica nazionale del turismo fosse l’unico modo per fronteggiare una concorrenza dei mercati che con la globalizzazione era diventata assai più aspra.
Così, mentre questi Paesi pensavano a potenziare le infrastrutture, a produrre treni ad alta velocità, a fare logistica per tutti i sistemi di trasporto e di servizi ed anche, anzi soprattutto, ad operare efficaci sinergie fra regione e regione per migliorare, attraverso investimenti, la qualità e la quantità delle strutture di offerta turistica, noi abbiamo continuato a credere che bastasse ancora promuovere, con miriadi e spesso anche assai costose iniziative locali, questo o quell’angolo d’Italia. Non è così che si può intercettare la massa di turisti - ormai vicini al miliardo - che ora si muove per il mondo e che decide, nella maggior parte dei casi, di andare dove tutto, a parità di qualità di attrazioni e di comfort, costa di meno. Insomma, non abbiamo capito cosa stava davvero accadendo nel mercato globale, ben diverso, nelle sue connotazioni, da quello che, negli anni ’80, ci aveva assegnato la palma d’oro. Da qui dobbiamo ripartire. Da un nuovo concerto delle iniziative regionali. Da una nuova vera politica nazionale del turismo, in cui le eccellenze ambientali, naturali, culturali del nostro Paese possano essere valorizzate e vendute all’estero. E per questo occorrono anche imprese capaci di sfidare la concorrenza internazionale, in termini di qualità di servizio e di prezzo. Io penso che ormai non ci sia più un minuto da perdere per cominciare sul serio a ragionare, conti alla mano, su come raddrizzare una barca che oggi, mi spiace dirlo, fa acqua da tutte le parti.
*Sottosegretario

alla presidenza del Consiglio

con delega al turismo