«Basta tasse», Fassino e Rutelli isolano il Prof

Roberto Scafuri

da Roma

Dicono che Romano Prodi sia cambiato. Nei modi prima ancora che nella sostanza, e siccome la forma segnala sempre molto del contenuto, si può dedurre che al centro del complotto attorno al governo ci sia lui stesso, il premier. Se si sospettano trame è perché le sospetta Romano, le vede attorno a sé ogni giorno, da ognuno dei leader che compongono l’alleanza, dai loro rapporti con i poteri forti, dal loro disamore per il progetto che lui ha in testa. Disamore che ha qualche ragione, visto che il progetto consiste nel disfarsi di Ds e Margherita e diventare dominus del destino comune. Vi fidereste voi? Quelli non si fidano, Romano ricambia in anticipo.
Ieri sera, dopo aver visto il fidato (?) Arturo Parisi in via Gerusalemme a Bologna - tema del colloquio, inutile dire, le trame - Prodi è volato a Roma per una cena a Palazzo Chigi con Francesco Rutelli. Tema obbligato: capire che cosa abbiano in testa il leader dielle e quello dei Ds, Piero Fassino, dopo l’accorato appello lanciato ieri a Frascati. «Basta tasse, adesso si parla di crescita», hanno detto i due. E Rutelli ha avvertito Prodi di «non ricominciare a parlare di altri ritocchi e interventi di questo tipo...». Una ripresa moderata («Occorre un’agenda di riforme sul mercato del lavoro», ha chiesto Fassino) che non manca di imbarazzare e insospettire il premier, anche alla luce dell’attivismo del presidente del Senato, Franco Marini. Così poco appariscente nelle occasioni pubbliche, quel Marini, così presente nelle ispirazioni e ai crocevia di ogni centrista sulla piazza. Da ultimo, Marco Follini.
La posizione di Confindustria, che ha bocciato l’intera politica economica, induce il premier a cercare l’asse con Rutelli. Chiaro ispiratore di un editoriale comparso l’altro giorno su Europa: «Così non si può andare avanti... Nessuno di noi è salito su un treno blindato, tanto meno vogliamo trovarci a fine corsa su un binario morto». In quell’articolo, suscitando la ferma riprovazione scaramantica del premier, c’era persino un invito alla celebre «fase due». Quando se ne parlò per la prima volta, nel ’98, fu l’inizio della fine del Prodi I. Lo scenario è cambiato, certo. Rifondazione oggi è l’alleato più saldo. Ma neppure Bertinotti e Giordano vogliono legarsi a una Finanziaria così frammentaria e sciagurata: «Anche perché - ragionano - non è affatto detto che le categorie da noi protette riceveranno benefici da questa manovra». Prc, Verdi e Pdci attribuiscono così l’intera fibrillazione della maggioranza all’«arrembaggio di Confindustria» (per dirla con Russo Spena), ai «ricatti dei poteri forti» (il sottosegretario Cento e il capogruppo verde Bonelli), ai «poteri economici e centristi che vogliono scompaginare il bipolarismo» (Diliberto).
Resta il fatto che i protagonisti della caduta di Prodi nel ’98 siano in primissima linea, con il pallino in mano. Anche se Massimo D’Alema ha dato consegna ai suoi di «non muoversi» e «stare a guardare»; anche se Marini, dalla poltrona di Palazzo Madama, non farà certo passi avventati, ben sapendo che il filo al Senato è talmente sottile che basta un soffio per spezzarlo. La maggioranza ieri ha allora cercato di contrastare almeno sul piano della comunicazione le voci sul complotto, negato da Prodi in un’intervista a Repubblica («il suo testamento», ha colpito il dalemiano Caldarola). «Stiamo ai fatti - ha dichiarato il premier -, anche se si leggono le tesi più fantasiose sull’argomento, talvolta talmente assurde da risultare divertenti...».
Una mano gli è arrivata anche da Fassino, sicuro che «non esistono trame per cambiare il governo, si dovrebbe smetterla di disegnare scenari che non passeranno alla storia... Se il governo cade si va a votare». «Non ci sono manovre e non ci sono altri governi in questa legislatura», gli ha fatto eco Rutelli. Uno spauracchio che dovrebbe conservare saldo l’«eroismo» (così l’ha definito Prodi) dei senatori unionisti, i quali fino al 2008 non avranno maturato uno straccio di pensione. Già, ma chi ha detto che, di fronte all’obbiettivo primario del risanamento economico, un «governicchio Dini» non possa sorgere dall’oggi al domani? Nessuno, appunto.