«Basta con X-Men: adesso i pugni li dà il mio robot»

Los AngelesCuori d’acciaio sta per sbarcare sugli schermi italiani (25 novembre) mentre il protagonista Hugh Jackman sta sbancando Broadway col suo one-man show Back on Broadway, in cui canta, balla e racconta la sua vita, ottenendo critiche stellari, facendo il tutto esaurito e superando tutti i record d’incasso. Cuori d’acciaio è una specie di Rocky con robot e con molto pathos che sta facendo per gli automi quello che E.T. ha fatto per gli extraterrestri: finora è andato molto bene incassando oltre 230 milioni di dollari al box office internazionale. Il film, diretto da Shawn Levy e prodotto da Steven Spielberg, è la storia di un impresario di robot squattrinato e sfortunato che si trova a dover prendere cura del figlio undicenne con cui non aveva mai avuto contatti, e per cui prova poco interesse, portandolo on the road nel giro un po’ losco dei combattimenti tra robot. Ma le cose cambieranno quando il ragazzino, il bravissimo Dakota Goyo, adotta amorevolmente un vecchio robot tutto ammaccato, e il padre avrà l’occasione di redimersi davanti agli occhi del figlio e del pubblico.
Cosa l’ha spinta ad accettare questo progetto?
«Il fatto che in sostanza fosse la storia del rapporto tra un padre e un figlio, con in aggiunta i combattimenti tra robot, un concetto nuovo che sul grande schermo è fantastico. Ma ho sempre detto che questo film poteva svolgersi nel mondo dell’equitazione o del ping-pong, e sarebbe stata la stessa cosa. Il pubblico è stato sedotto dall’aspetto emotivo e gli effetti speciali sono solo la ciliegina sulla torta. E per una volta, a parte un paio di sequenze, l’azione era tutta a carico dei robot e non sulle mie spalle. Un bel sollievo rispetto a Wolverine».
Come è stato dividere lo schermo con un ragazzino?
«Dakota è un vero professionista, lavora da quando ha sei anni ed è incredibilmente rispettoso nei confronti dei colleghi. Quello che mi ha stupito è che in tre mesi non vi è mai stato un momento irritante. Ho un figlio di undici anni e una di sei anni e spesso ti fanno saltare i nervi!
E con dei robot?
«Per girare queste scene si cambia continuamente: a volte lavori con acrobati sui trampoli (le cui azioni vengono trasformate in post-produzione grazie alla tecnica della motion-capture). Altre sei da solo in una sequenza che è stata previsualizzata: mentre tu reciti il regista vede già il tuo opponente virtuale. In queste occasioni il mio background di ballerino è stato molto utile
Spielberg è una maestro in questo genere di film.
«Certo, infatti molti trucchi li abbiamo imparata da lui che li aveva sperimentati in Jurassic Park. Per i primi piani avevamo dei robot veri che muovevano la faccia, il busto e le braccia ed erano animati a distanza».
Lei sa cantare, ballare, fa film leggeri e film d'azione. Non c’è nulla che le fa paura, professionalmente parlando?
«Tutto mi fa paura, ma mi sforzo a dire di sì perché non voglio essere prigioniero della paura o della paura di fallire. Ho anche un tratto molto australiano, condensato nella nostra espressione, «Have a go!», che significa, «Provaci!». Secondo il nostro spirito nazionale gli unici rimpianti sono quelli nei confronti delle cose non fatte, e anche se una cosa non funziona, non c’è niente di cui pentirsi».
Lei provoca palpitazioni ogni volta che si toglie la camicia sullo schermo, cioè spesso, e pure quando si mette uno smoking come agli Oscar. Come si sente un sex symbol?
«È una cosa buffa perché per anni sono stato un attore magrolino che ha dovuto mettere su muscoli per fare Wolverine in X-Men. Visto che sono sotto contratto con la Fox per i sequel mi devo mantenere in forma. Ed è più facile mantenere un risultato che ritrovare poi la forma persa. Essere dichiarato l’uomo più sexy del mondo da People non è mai stato il mio sogno. Ma è vero che come tutti gli attori mi fa piacere essere amato».
Qual è il suo film preferito sul pugilato?
«Il primo Rocky, con cui il nostro film ha molto in comune. E il documentario Quando eravamo re è tra i miei film preferiti di tutti i tempi.