Bastianini, l’uomo che voleva fermare il Duce

Il libro di Giuseppe Bastianini Volevo fermare Mussolini era già stato pubblicato nel 1959 con il titolo: Uomini, cose, fatti: memorie di un ambasciatore. L’attuale ristampa (Rizzoli) vuole dunque sottolineare la drammaticità degli eventi cui l’autore partecipò. Eventi che lo videro protagonista - insieme a Galeazzo Ciano - di disperati tentativi per evitare l’intervento in guerra del 10 giugno 1940. Bastianini era stato un fascista di provincia, conservatore e monarchico: cresciuto in quella Perugia dove i quadrumviri della Marcia su Roma avevano posto il loro quartier generale. Fedele, intelligente, ebbe nel partito una carriera brillante. Organizzò i fasci italiani all’estero, poi venne immesso nei ranghi della diplomazia insieme ad altri gerarchi, e non sfigurò. Fu l’ultimo ambasciatore a Londra prima che Italia e Inghilterra diventassero nemiche, fu il vice di Ciano a Palazzo Chigi, resse il governatorato della Dalmazia occupata. Infine, mentre la catastrofe era sempre più vicina, fu il vice dello stesso Duce: che, liquidato Ciano confinandolo nell’ambasciata presso la Santa Sede, aveva ripreso in prima persona le redini della politica estera, o di ciò che per concessione tedesca ne rimaneva. Ammesso - benché non ne avesse formalmente diritto - alla seduta del Gran Consiglio che il 25 luglio 1943 esautorò Mussolini - Bastianini aderì alla tesi di Grandi e degli altri «traditori». Inviso agli oltranzisti di Salò e inviso agli antifascisti, Bastianini non rinnegò mai - risulta con chiarezza dalle sue pagine - l’adesione al fascismo e l’ammirazione per il Duce. E tuttavia narra di come attraverso iniziative diplomatiche - tra le altre quella d’un contatto con gli alleati angloamericani - e grazie ai suoi ripetuti incontri con Mussolini si fosse sforzato prima di risparmiare al Paese la tragedia del conflitto, poi di abbreviarne la durata. Più d’un personaggio di spicco del regime fascista ha raccontato d’averle cantate chiare a Mussolini, d’avergli spiattellato in faccia amare verità, d’avergli rimproverato errori. Senza voler mettere in dubbio la genuinità dei ricordi, ho qualche dubbio almeno sul tono, se non sulla sostanza, di queste intemerate. Il Duce - come tanti potenti - amava l’adulazione e aborriva essere contraddetto. Infatti, dando avvio all’ultima riunione del Gran Consiglio, diede lettura d’una lunga lettera che il maresciallo Pietro Badoglio gli aveva inviato nell’imminenza dell’entrata in guerra. Il marchese del Sabotino e Duca di Addis Abeba si sarebbe poi dissociato da ogni responsabilità - essendone lui il massimo responsabile militare - per la disastrosa campagna di Grecia e per il cattivo andamento della guerra. Ogni colpa l’addebitava alle inframmettenze pasticcione di Mussolini. Ma nella citata lettera Badoglio «dimostrava la necessità assoluta, ai fini del perfetto coordinamento e del pieno rendimento delle nostre forze armate, che il Duce e nessun altro ne assumesse il comando». Bastianini insiste, e ha ragione, sul collezionismo di prebende, onori e titoli nobiliari in cui Badoglio s’era proficuamente specializzato. Molto meno convincenti, quando non stravaganti, mi paiono altre sue annotazioni. Non nego che ci sia stato del sordido nel saltuario rigore con cui Badoglio e il governo della Corona vollero colpire certi fascisti (Vittorio Emanuele III avrebbe preferito che nulla cambiasse nella struttura dello Stato dopo l’eliminazione dell’uomo che l’aveva incarnata). Ma secondo Bastianini per scongiurare il peggio, ossia la vendetta tedesca, «una sola cosa c’era da fare e cioè invitare Mussolini, già offertosi a collaborare con Badoglio, a domandare egli stesso ad Hitler di riconoscere la necessità dell’Italia di ritirarsi dall’alleanza. Questo mio suggerimento cadde nel nulla». E lo credo bene.