Batini, il «console» per trent’anni al timone dei camalli

(...) praticamente «usi a obbedir tacendo», senza mai discutere una scelta che fosse una, neppure quelle sbagliate, antistoriche, talvolta persino autolesioniste. Lo abbiamo scritto in passato e lo ribadiamo oggi, quando la retorica delle celebrazioni farebbe indulgere all’esaltazione dei meriti. Che comunque ci furono, indiscutibili: la coerenza spinta all’estremo, la difesa, assoluta (assolutista?), della corporazione dei portuali di fronte agli attacchi esterni, la capacità di tenere unita la «sua» creatura pilotandola in mezzo a trasformazioni epocali. Ci furono, inutile negarli, anche i difetti. Ma il console ebbe l’intelligenza, la misura e la furbizia adeguate per ridimensionarli agli occhi degli interlocutori. Compresi gli operatori della comunicazione di massa, che sapeva utilizzare al meglio - con quelle «uscite» sempre al momento giusto - dando l’impressione di subirli. L’autorevolezza, se l’era conquistata anche così, a poco a poco: viene in mente il sapiente ricorso al dialetto, lui che pure era nato a due passi da Pisa, a Vico Pisano, ed era venuto a Genova quando aveva quattro anni. Quando c’era da stemperare un’asperità in una trattativa, quando c’era da trasformare in mediazione un conflitto, ecco che Batini buttava lì, «a caso», una frase in genovese. Che smontava la sicumera o la spocchia degli avversari.
Aveva fatto così - lui comunista da sempre e per sempre - davanti ai «compagni» che mal digerivano la sua autonomia e quella della Culmv dal partito ufficiale. E aveva fatto così anche davanti al cardinale Giuseppe Siri, che l’aveva chiamato a colloquio assieme a Roberto D’Alessandro, presidente del Cap, ai tempi del conflitto lacerante sulle banchine per l’avvio della privatizzazione. Aveva continuato con lo stesso stile - e lo stesso, formidabile carisma - negli anni seguenti, fino alle battaglie più recenti (comprese quelle giudiziarie, tutte da definire), per conservare un ruolo e una funzione determinante alla Compagnia in mezzo ai marosi delle direttive europee, della legge nazionale e di quella, ancora più inflessibile, della liberalizzazione e globalizzazione dei mercati. Per questo Batini si può discutere, anche ora che se n’è andato, ma si deve salutare con rispetto. Il rispetto - e non è poco - che va riconosciuto a chi ha navigato e comandato sempre alla testa e al fianco, mai a scapito, del suo equipaggio.