La battaglia all’ultimo verso del poeta Raboni

Ruggero Guarini

Dunque il grande poeta Raboni, negli ultimi giorni della sua vita, mentre si andava assuefacendo all’idea del trapasso, non riusciva più a separare il pensiero della morte dall’immagine del Demonio. Nulla infatti in quelle ore lo angosciava maggiormente dell’idea davvero sconvolgente che il Maligno gli sarebbe sopravvissuto. Di qui la potenza profetica dei suoi estremi pàlpiti poetici, appena raccolti in quel libretto (Ultimi versii) nel quale il vasto popolo dei suoi fans ha già riconosciuto un vertice della poesia apocalittica di tutti i tempi.
Soltanto l’atroce certezza che anche dopo la sua dipartita il Grande Tentatore avrebbe continuato a infuriare sulla terra poteva del resto ispirargli questi versi perentori e ultimativi: «Sia detto, amici, una volta per tutte: | a correre rischi non è soltanto | la credibilità della nazione | o l’incerta, dubitabile essenza | che chiamiamo democrazia, | qui in gioco c’è la storia che ci resta, | il poco che manca da qui alla morte».
Così come soltanto l’esatta percezione della natura infernale dei guasti operati su tutto il pianeta dal Re delle Tenebre poteva permettergli di evocare l’orrore del nostro tempo con queste metafore micidiali: «La suprema pornografia | dell'astuzia fatta oggetto di culto, | della prepotenza fatta valore, | della spudoratezza fatta icona...».
Fra i cultori di questo severo maestro del canto antisatanico non manca purtroppo chi sostiene che il suo vero bersaglio non era affatto il Principe di Questo Mondo bensì quello di Arcore. A lui infatti si sussurra che egli avrebbe alluso col trasparente epiteto («il cavalier Menzogna») che talvolta appioppò al suo avversario. È tuttavia evidente che con questa insinuazione si vorrebbe attribuire a questo magnanimo vate la stessa modesta statura che è propria di tanti nostri letteratucci umiliati e offesi dallo scaltro Farfarello che oggi siede a Palazzo Chigi. I suoi estimatori più sensibili e avveduti sanno invece molto bene che il Raboni apparteneva alla razza di quei prodigiosi campioni del verso esorcistico che amano battersi sempre e soltanto con l’unico antagonista degno del loro pathos demonofòbico: il grande Belzebù.
Proprio colluttando con quel supremo sovrano infernale accadde fra l’altro al Raboni di partorire il leggendario poemetto in prosa che lui, al tempo degli anni di piombo, ponendo la sua perizia verbale al servizio di un plotoncino di prodi anelanti a servire il popolo, dedicò a un magistrato che si era permesso di molestare con un’indagine i mansueti angioletti di Lotta Continua.
Ecco il passo più impegnativo di quel sublime componimento: «Quando i cittadini da lei imputati dicono che se i padroni sono dei ladri è giusto andarci a riprendere quello che hanno rubato, noi lo diciamo con loro. Quando essi gridano lotta di classe, armiamo le masse, lo gridiamo con loro. Quando si impegnano a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento, ci impegniamo con loro».
Si direbbero parole pronunciate sotto il tiro dei fucili. Invece, com’è noto, furono declamate sotto il tiro degli applausi dei salotti milanesi.
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