La battaglia tra bookmakers e professionisti della scommessa

Le analogie fra scommesse e Borsa sono molte, nel bene e nel male. Fra quelle del secondo tipo ci sono prezzi determinati non dal mitico mercato ma da pochi operatori forti: spesso riuniti in patti di sindacato, questi professionisti (che prendono posizione anche «bancando») possono con le loro scelte modificare in maniera sostanziale qualsiasi quota. Da quelle sulla Premier League a quelle, a maggior ragione, su eventi con pochi euro in circolo. La vera partita è insomma quella fra «public money» (la massa dei piccoli giocatori) e «smart money» (le puntate di professionisti, sindacati e bookmaker che si coprono raccogliendo soldi a un tasso e giocandoli ad uno più alto). Le giocate del secondo tipo sono fondate su informazioni preferenziali e, nella peggiore delle ipotesi, sulla conoscenza della direzione che prenderà il mercato. Non la partita, che ipotizziamo pulita, ma il mercato. Nel 2010 lo «smart money» ha in quasi tutti gli sport superato il «public», secondo qualsiasi bookmaker, mentre anche solo tre anni fa questa situazione sarebbe stata inimmaginabile. Effetto concreto per noi che non facciamo parte di alcun sindacato e giochiamo 10 euro con la nostra testa: sono diventate impossibili quelle che in molti libri sono definite tattiche anti-mercato. Come giocare sugli under nel calcio, contro la copertura dello spread nel basket, in generale sugli sfavoriti secondo il senso comune. Tutto è stato ormai neutralizzato dai professionisti. In pratica questo significa che la quota del Milan in casa contro il Brescia sarà dal punto di vista sportivo più «giusta» di quanto non lo sarebbe stata qualche anno fa.