Battaglia a Gaza City, i carri circondano la città

nostro inviato a Nismit

(confine con Gaza)

Le radio a bordo degli automezzi militari parcheggiati sotto gli eucalipti hanno preso a trasmettere all’improvviso un beep bitonale in crescendo, come se segnalassero cinture slacciate. «Tseva Adom», colore rosso, urla un tenentino. Fine delle chiacchiere. Tutti si fiondano all’interno dei propri automezzi, calzano gli elmetti e aspettano il fischione in arrivo. «È quello delle 2. Però è un po’ in ritardo», ironizza gelido Amir soffiandosi tra i peli del polso sinistro per scoprire il quadrante dell’orologio, che segna le 14.10.
Amir è il proprietario del campo di grano che si stende qui davanti. Cioè: era un campo di grano, prima che i cingolati di Tsahal glielo trasformassero in una specie di campo di patate arato da una squadriglia di cinghiali a digiuno. Ma Amir dice che non gliene importa; che «oggi è il giorno della vendetta», e infatti gongola sprezzante alzando i pugni al cielo e dimenando il sedere come il «colonnello Hathi», l’elefante di Mowgli nel “Libro della giungla”.
Chi non ha niente di meglio con cui proteggersi dal fischione in arrivo si aggatta tenendosi le mani o un giornale sulla testa. Ridicolo? Sì, ridicolo; ma si fanno tante cose ridicole, incongrue, in guerra. Forse bastava guardare Amir, che è di qui, ed è l’unico rimasto in piedi, per capire che il pericolo era alquanto relativo. Il razzo Qassam, uno dei venti e più sparati da Gaza in quest’altra giornata di «Piombo fuso», cade infatti a un paio di chilometri alle nostre spalle, verso Sderot.
Vista da Nismit, dal confine nordoccidentale della Striscia, la skyline ossuta, sgarrupata di Gaza balugina in una controra allagata di sole. Un howitzer da 120 millimetri nascosto da qualche parte qui intorno suona la sua campana a morto. Una cannonata al minuto. Sullo sfondo, a cinque-sei chilometri da qui, si levano ampie volute di fumo. Forse è partito da qui l’obice che a Beit Lahiya ha fatto 12 morti in un colpo solo. Alle bombe intelligenti di Tsahal, Hamas risponde sparando le sue frecce avvelenate, questi razzetti fabbricati nelle officine degli elettrauto e nei sottoscala di periferia. Una sorta di voluttà di suicidio comprensibile solo alla voce fanatismo.
Oltre Nismit non si va. La polizia militare ha ordini precisi. Pinete, palmeti, eucalipti, distese di campi che verdeggiano di broccoli, cavolfiori, lattughe, erba medica da cui spunta ogni tanto una torretta d’avvistamento, come in un film di cow boy e di indiani. Esplosioni di bouganvillee, all’ingresso dei kibbutz che punteggiano questa campagna pettinata col pettine fino. Difficile, guardandosi intorno in questa giornata di sole spavaldo, benigno, immaginare che a una manciata di chilometri da questi trattori rossi che incrociano nei campi, e da lontano sembrano giocattoli, si sta consumando una battaglia feroce; che un milione e mezzo di sventurati sono in trappola senza cibo, senza elettricità, senza speranza. Poi guardi i due palloni aerostatici armati di telecamere, sospesi nel cielo; osservi la piccola colonna di Tir che trasportano carri armati e immensi caterpillar che vanno a riposizionarsi verso gli aranceti più a valle; guardi le ambulanze che arrivano correndo da sud, le sirene rabbiose che accoltellano il cielo, e rimetti insieme i frammenti del dramma.
Ma non è agli abitanti di Sderot, di Tarqumya, di Sha’ar Hanegev, di Mefallesim, che bisogna chiedere comprensione, oggi. Occhio per occhio, dente per dente, dicono gli sguardi di chi per otto anni se l’è dovuta vedere con l’artiglieria stracciona, ma micidiale, di Hamas. Occhio per occhio, dente per dente, cantano le bandiere biancazzurre con la stella di David che sventolano da ogni palo della luce sugli spartitraffico dei viali delle città e dei kibbutz o dai sellini posteriori delle moto.
Sulla collinetta da cui i cronisti televisivi recitano i loro stand up arrivano i ragazzi e le ragazze di “Noam”, un movimento giovanile conservatore che a giudicare dalle divise delle signorine e dei giovanotti deve avere qualche parentela con gli scout. Ariella Kraus, 23 anni, Adi Crespi, Debby Greenberg, rabbi Mauricio Balter hanno portato cibo, bevande, calzettoni e manicotti di pile per i soldati. «Questa operazione è un passo verso la pace. Non possiamo vivere tutta la vita nei rifugi. E non c’era modo di intendersi con questa organizzazione terroristica che tiene in ostaggio la sua stessa gente». Dice così, a cantilena, anche David Boushkila, 52 anni, sindaco di origine marocchina di Sderot. Il bunker sotterraneo in cui riceve, accanto al Centro per i disabili di Sderot, sembra la sala comando di un sommergibile. Va e vieni febbrile di funzionari, di soldati, di volontari; computer a dozzine, telefoni, fax.
Il Qassam delle 2 è caduto sulla casa di Mezadi Dayan, 70 anni, origini marocchine (a Sderot o sono marocchini o russi), un modesto abituro che si affaccia sulla Harimon lane, due file di casette popolari col giardinetto e la verandina, il barbecue e i panni stesi. Però a giudicare dal macello in cui è ridotta la casa doveva essere qualcosa di più di un Qassam. Il tetto sfondato, le pareti spazzate via, il divano e i materassi del letto coperti di mattoni forati e detriti, un mazzo di fiori di plastica che spuntano accanto al quadretto di un vecchio rabbino. Ci sono i ragazzi dell’organizzazione “Lev Echad”, un cuore che stanno raccogliendo le povere cose della donna rimasta ferita dall’esplosione del razzo, quando arriva un altro allarme. Dor, 18 anni, si accuccia sui talloni, si tiene le mani incrociate dietro la nuca. Quando l’allarme cessa Dor si rialza, mi guarda un po’ vergognoso, forse perché io sono rimasto in piedi, come avevo visto fare ad Amir, arrossisce di collera e mi dice che non vuol più farsi vedere in ginocchio da nessuno nella vita. Dice proprio così: «Mai più».
Luciano Gulli