Battaglia israeliani-palestinesi sulla spianata delle Moschee

Gli scontri provocati dalle proteste degli islamici per i banalissimi lavori di ricostruzione di un ponte: 35 i feriti dalle due parti

Altrove sarebbero dei normalissimi lavori di scavo. Nell’antica Gerusalemme sembrano l’anticamera dell’inferno. Soprattutto se procedono tra il Muro del Pianto, ultima vestigia del secondo tempio ebraico, e la sovrastante spianata dove la moschea di Al Aqsa e la dorata cupola della Roccia ricordano l’ascesa al cielo di Maometto. In quel sismico epicentro di fede i banalissimi lavori di ricostruzione di un ponte per poco non hanno fatto dimenticare l’accordo della Mecca firmato giovedì notte da Hamas e Fatah, riaprendo un altro capitolo di sangue con Israele. Ma alla fine il buon senso è prevalso.
Dopo una mattinata di sassaiole, scontri e cariche di polizia, le centinaia di dimostranti arabi barricati intorno alla Moschea di Al Aqsa hanno abbandonato la spianata e, sfilando davanti a circa 300 poliziotti e uomini delle forze di sicurezza israeliani, si sono dispersi nel quartieri orientali della città.
La protesta, alimentata dal Movimento islamico, filiazione arabo-israeliana del fondamentalismo musulmano, covava da una settimana. Da quando le autorità israeliane hanno dato il via libera alla ricostruzione della rampa, pericolante da tre anni, che dal quartiere ebraico della Gerusalemme antica conduce a un ponte collegato alla spianata delle Moschee. Le leggi israeliane prescrivono che qualsiasi lavoro di ricostruzione e ristrutturazione all’interno della pericolante e instabile «cittadella» sia preceduto dallo scavo di fondamenta in grado di garantire la sicurezza delle strutture. Ma qualsiasi scavo su un’altura che custodisce nelle sue viscere le vestigia dell’antico tempio di Salomone e sulla cima i luoghi sacri dell’Islam basta a provocare sospetti e accuse di profanazione. La prima picconata israeliana è bastata a dar fiato alle trombe della propaganda e a trasformare gli scavi in un oscuro complotto destinato a intaccare le fondamenta della moschea di Al Aqsa, farla crollare e costruirvi al suo posto il terzo tempio ebraico. Da lì a trasformare il venerdì di preghiera in una manifestazione di protesta c’è voluto poco. E a poco è servito il divieto d’accesso alla moschea ai minori di 45 anni imposto dalle autorità israeliane.
I militanti del Movimento islamico confluiti con largo anticipo da tutti i villaggi arabi d’Israele e i loro fiancheggiatori palestinesi sgusciati tra i varchi del «muro» e i posti di blocco intorno a Gerusalemme hanno cominciato a infiltrarsi nella spianata delle Moschee già mercoledì sera. Dopo due notti nei sotterranei del luogo santo sono riemersi ieri mattina bersagliando a colpi di pietra i fedeli ebraici riuniti al Muro del Pianto e le forze di polizia radunate intorno alla Cittadella. Dopo cariche e sassaiole, una ventina di arresti e 35 feriti tra poliziotti e dimostranti, un gruppo di parlamentari arabo-israeliani ha concordato un armistizio tra polizia e capi della protesta consentendo lo sgombero pacifico della spianata delle Moschee.
Mentre a Gerusalemme ci si accapigliava, a Gaza e in Cisgiordania si festeggiava la firma di quell’accordo della Mecca destinato, nelle speranze di tutti i palestinesi, ad arginare i rischi della guerra civile e a dar vita a un governo di unità nazionale. L’intesa tra Khaled Meshaal, capo in esilio di Hamas, e il presidente palestinese Mahmoud Abbas, rischia però di dividere l’opinione pubblica internazionale. I prodomi dello scontro sono già emersi nel corso della riunione del «Quartetto diplomatico» convocato ieri dal segretario di Stato Condoleezza Rice per valutare i contenuti dell’accordo. Il «no» di Hamas al riconoscimento di Israele, l’assenza di qualsiasi rinuncia alla violenza, l’ambigua formula che si limita a chiedere il «rispetto» e non l’«accettazione» degli accordi di pace pregressi lascia perplessi gli americani. Russia, Nazioni Unite e molti esponenti europei sembrano invece propensi a ignorare le manchevolezze del documento, metter fine all’embargo economico e aprire una nuova stagione di negoziati.