La battaglia per la vita del Cavaliere Carla

A 78 anni è stata premiata dal presidente Ciampi: assiste la figlia in stato vegetativo da quindici anni

Guido Mattioni

nostro inviato

a Varzi (Pavia)

Il Cavaliere al Merito Carla Scampoli è uno scricciolo di donna tutt'ossa. Eppure, a 78 anni, prende ogni mattina alle 8 il pullman che da Voghera la porta a Varzi. Il Cavaliere al Merito Carla Scampoli va a dormire con un pesante macigno sul cuore, ma riesce a rimuoverlo al suo risveglio grazie a una forza invisibile che si chiama amore. Non solo, è ancora in grado di sorridere. Anzi, le brillano gli occhi, «alla Carla», come la chiamano ormai tutti alla Casa di Riposo di Varzi (Fondazione San Germano) perché anche oggi, quando è arrivata, la sua Donatella le ha sorriso. «T'è vist? L'è a mò chì la tua Befana». E puntualmente Donatella le ha risposto come può, a modo suo, sbarrando gli occhi e spalancando la bocca in un tentativo di saluto senza voce. È soltanto un penoso e ansimante gorgoglio quello che esce dal sondino infilato nel collo, un tubicino di plastica che da 15 anni è la sua fonte di ossigeno e di vita. Ma quei suoni sofferenti, che fanno male “dentro” a chi li ascolta per la prima volta, sono diventati una lingua, l'esperanto d'amore tra una madre e una figlia che gli altri non possono e non devono capire. Non è “la Carla”, infatti, come l'età vorrebbe, l'ospite di questo istituto tra le colline dell'Oltrepò Pavese, ma la sua unica figlia di 40 anni, inchiodata a un letto da quella maledetta notte del 1990 - «l'era el dì dei Santi Pietro e Paolo», ricorda lei - per le conseguenze di un brutto incidente automobilistico verificatosi sulla statale che da Bressana porta a Salice. «Una serata come tante, in pizzeria, con gli amici, niente di più», tiene a dire la donna, che proprio ieri mattina al Comune di Varzi ha ricevuto il Cavalierato al Merito della Repubblica dalle mani del prefetto di Pavia, Cosimo Macrì.
Aveva 25 anni, la sua Donatella, e faceva l'infermiera diplomata proprio in quella stessa Casa di Riposo che oggi la ospita e da dove quasi sicuramente non potrà mai più uscire, se non per un miracolo. Da quello schianto di lamiere è iniziato il calvario per lei e per la sua famiglia: mamma Carla, una vita passata a fare le pulizie nelle case altrui; e papà Romano, anche lui infermiere. «Lu, el mè omm' l'è morto di crepacuore, nel 1996», ricorda la donna, mentre per un attimo la voce le si incrina. «L'è bruta la solitudine». Per sette anni lei e il marito si erano addirittura trasferiti con mille sacrifici a Sondalo, tra le montagne della Valtellina, per tentare di salvare la figlia in un centro specializzato in terapie di riabilitazione. «Bravi, bravissimi, ma è stato tutto inutile - sospira Carla -. Così nel '97 sun turnada a ca', a Voghera, e la Donatella l'ho ricoverata a Varzi. Prima in ospedale, per due anni. E poi qui, nella Casa di Ricovero». Ormai, quasi la vera casa della Carla, dove tutti - impiegati, infermieri e degenti - le vogliono bene e le sorridono. Come la vicina di letto di Donatella, la signora Milena Cianelli, 102 bellissimi anni portati con lo sguardo fresco di una ragazzina. «Ma io sono ancora giovane, per me è troppo presto per entrare qua dentro», taglia corto lei. Così la sera, alle 18, saluta Donatella, riprende il pullman e se ne torna a casa, a Voghera. «Sa - dice abbassando la voce, quasi con aria complice, come dovesse confessare chissà quale colpa - due anni fa l'ho cumprada la casa, con gli arretrati della pensione del mè omm. Sono soltanto due stanze, ma così non pago più l'affitto e soprattutto non ho l'assillo che mi possano mandare via da un giorno all'altro».
No, la vita non è stata generosa con la neo “Cavaliera”. Piuttosto, è stato un rosario di eventi sfortunati, quello che le è toccato di dover sgranare tra le dita. Eppure non sembra aver incrinato la sua fede. «È vero, in chiesa non ci vado molto, ma in Dio ci credo - precisa subito -. Gli credo perché se non ci fosse lui ad aiutare me. Sì, mi aiuta perché mi dà la forza per andare avanti, mi concede la salute. Altrimenti chi ci verrebbe qui, ogni giorno, dalla Donatella? Mio fratello è più anziano di me e non si può muovere perché sua moglie è inferma anche lei, povera donna. Mia sorella è morta e dopo un po' anche suo marito. Così sono rimasta sola».
Incredibile, la Carla. Ti racconta queste cose e riesce ancora a sorridere. Anzi, quando le chiedi se si domandi mai perché proprio tutte siano capitate a lei, quasi ci ironizza su. «Sarà stato forse un castigo per qualcosa, anche se non ho mai fatto del male a nessuno - dice alzando le sue spallucce da passerotto -. Probabilmente era destino: lavorare, lavorare, lavorare e basta, niente vita bella». Ma subito dopo, indicando con la mano la stanza ampia e luminosa dove sopravvive sua figlia, quasi a volersi correggere, aggiunge: «È questa la vita bella, perché la Donatella la vedo ancora».
Parla invece con pudore di soldi, la neo Cavaliera. E come molti anziani fa ancora un po' di confusione tra euro e vecchie lire. Comunque, dice dopo aver fatto mentalmente qualche calcolo, tra la sua minima e la reversibile del marito può contare su circa 800 euro mensili di pensione. «Per fortuna Donatella ha avuto diritto all'assegno di accompagnamento, 800 euro, più l'integrazione che ci ha dato il Comune di Voghera. Perché qui la retta mensile è di 2 milioni. Fanno mille euro, no?».
Non chiede soldi, la Carla, anche se il suo desiderio sarebbe quello di potersela portare a casa e pagare un'assistenza. «Quello che invece sogno, la guarigione di mia figlia, purtroppo non me la può dare nessuno. Ci penso, sa, che avrebbe potuto avere anche lei un moroso e poi un marito e magari dei figli, i miei nipotini. Tutte le sue amiche di allora si sono sposate e sono diventate mamme. Per quello non si fanno più vedere. Ma io questo lo capisco, perché la famiglia ti richiede impegno».
Ragiona a voce alta, la Cavaliera. E sempre sorridendo, ricorda: «Non ne parlava molto di queste cose, la Donatella, ma mi diceva sempre che se avesse trovato il moroso giusto, poi se lo sarebbe sposato. Mah, chi lo sa? Certo, sono cose che non dovrebbero capitare a nessuno, ma quando ci si è dentro non si può tornare indietro. Così passo qui le mie giornate, le lavo il volto, oppure i piedi, ci parlo anche e le ore passano in fretta, fino a quando devo riprendere il pullman per Voghera, alle 6 della sera». Poi rivolge ancora lo sguardo - dolcissimo - sulla sua sfortunata “bambina” senza voce, trattenuta braccia e gambe dai tutori per impedire che gli arti si contraggano, una creatura che ha bisogno di tutto e che da quindici anni si nutre attraverso un tubicino nell'addome.
«È tutta roba di vitamine e infatti vede - dice con commovente orgoglio materno, accarezzandole la fronte - nonostante questo non è magra come me, che ormai ceno soltanto con un po’ di pane e un formaggino. Anzi, guardi, l'è bella in carne, pare un fiore». E quel povero fiore, per un attimo, sembra quasi capire - «così almeno io spero», confessa lei - abbozzando uno dei suoi strazianti sorrisi muti, a bocca spalancata, come se volesse lanciare un grido. Se di disperazione o d'amore, questo lo sa soltanto la Carla.