Le battaglie cromatiche di Malesci

Anche lui partecipò alla Grande Guerra, ma nelle retrovie e armato di pennelli e tavolozza anziché di moschetto e giberne. Infatti Giovanni Malesci (1884-1969) allievo, erede e curatore di Giovanni Fattori, al fronte incontrò la sensibilità artistica del generale Enrico Caviglia che gli consentì di dipingere nelle pause di servizio. Metà toscano perché nacque a Vicchio, nel Mugello, e metà milanese dove visse dal 1927 alla morte, Malesci rivive attraverso 150 sue opere in olio su tela, disegni, acqueforti e litografie raccolte nella mostra curata da Roberto Ungaro ed esposte, oggi per l’ultimo giorno, alla Galleria Bolzani in corso Matteotti 20 (dalle 16 alle 19).
Di magistero macchiaiolo, anche Malesci immortalò fino al 1918 i particolari della guerra ma, al contrario del Fattori, i suoi soggetti non rappresentano eroici soldati in statuaria posa equestre né episodi di patriottiche battaglie. Privi di ogni retorica e dipinti con materiale di fortuna procurato nelle retrovie, essi mostrano gli scarni camminamenti della Valdastico o i paesi sul Montello semidistrutti dalle granate, la vita quotidiana dei commilitoni e muli o cavalli affaticati. Ma al di fuori della guerra, Malesci esplora la vita agreste e accende il colore con la luce viva della sua Toscana in pennellate decise che risaltano nella «Vendemmiatrice», nel «Bove sdraiato» e nelle marine soleggiate o frustate dal libeccio. Dopo il 1926, con il clima milanese e le brumose campagne padane anche i suoi soggetti di animali e paesaggi rivelano tinte velate e tratti addolciti; un cambiamento forse dovuto anche all'influenza della tradizione lombarda. Come tutti gli artisti Malesci cresce, si trasforma, e lo si nota maggiormente nelle opere realizzate in Belgio, Bretagna e Olanda dove, pur rispettando «il sacro principio del vero», l’autore si allontana dall’eredità fattoriana della fedeltà al disegno, preferendo campiture cromatiche ampie e nette. Fra le diverse emozioni da non perdere, lo sguardo triste e orgoglioso della «Giovane donna toscana» (1913), il verismo di «Buoi nella stalla con contadino» (1927) e l’impatto cromatico di «Buoi al lavoro» (1915).