Battaglie liberali. Con tanto di guantoni

«Quel signore non può darmi del sedicente»

Ferruccio Repetti

Battaglie liberali, nobili e soprattutto fondamentali per la democrazia, sono quelle combattute negli anni, che so?, da Croce e Gobetti, da Amendola (padre) e Malagodi (padre e figlio, Olindo e Giovanni), da Einaudi e Martino (anche in questo caso si deve intendere: padre e figlio, Gaetano e Antonio). Battaglie combattute a colpi di parole e scritti, e anche con l’esempio. Ora, però - i tempi cambiano, i veleni crescono -, le battaglie liberali pare si combattano anche a colpi proibiti. In senso letterale, in modo da lasciare il segno, prognosi trenta giorni salvo complicazioni. Tutto per quella taccia di sedicente liberale che «un certo Pellizzetti Pierfranco», a mezzo lettera pubblicata sul «Secolo XIX», ha affibbiato a Biondi Alfredo. Il quale, offeso dal fendente menato (absit iniuria) al bersaglio grosso, è passato al contrattacco. Con almeno due affondi da «Rocky II-La vendetta». Prima ha esibito il curriculum, onusto di glorie liberali: in particolare, iscritto al Pli dal 1946, già segretario nazionale, più volte consigliere comunale, deputato e ministro (senza cambiare casacca, principi e comportamenti). Poi, l’avvocato-vicepresidente della Camera ha brandito i guantoni: «Questo Pellizzetti - ha colpito duro Biondi, fin dal primo round - non può permettersi di darmi del sedicente liberale, perché si tratta di un insulto che se fosse stato pronunciato in mia presenza gli avrebbe provocato qualche danno anche fisico». Troppo ingenuo pensare che il danno minacciato da Biondi si sarebbe limitato ai timpani del Pellizzetti, per via del vocione allenato in tribunale. Se di battaglia si tratta, battaglia sia, vera, insomma. E considerate le due fisicità, vien da pensare che ci sarebbe stato un vinto (pesto) e un vincitore. Per KO. Tanto per mettere in chiaro che le battaglie liberali è bello, nobile e fondamentale combatterle. Ma, per lasciare il segno, qualche volta si devono anche vincere.