Le battaglie di noi liberali in estinzione

In questo 2009 sono cento anni dalla nascita di Indro Montanelli.
Nel 2010 saranno cento anni dalla nascita di Mario Pannunzio. Il
programma delle celebrazioni avvicina due protagonisti del giornalismo
italiano. Li unì una solida amicizia anche se erano profondamente
diversi per formazione, per stile, per popolarità

In questo 2009 sono cento anni dalla nascita di Indro Montanelli. Nel 2010 saranno cento anni dalla nascita di Mario Pannunzio. Il programma delle celebrazioni avvicina due protagonisti del giornalismo italiano. Li unì una solida amicizia anche se erano profondamente diversi per formazione, per stile, per popolarità. Pannunzio fu - come Il Mondo, la sua creatura prediletta - il simbolo elitario d’un certo modo di pensare e di scrivere. Era un «direttore di coscienze»: degno di esserlo per la sua straordinaria dirittura. Odiava le raccomandazioni. E per non essere influenzato da meschine considerazioni materiali, voleva essere tenuto all’oscuro della tiratura e delle vendite. Guardava ai suoi principi, al suo impegno civico, prima che al lettore. Montanelli è stato un «divo» della carta stampata, un genio capace di rendere palatabile per la gente comune tutto, storia inclusa. Pier Franco Quaglieni, presidente del centro di studi e ricerche Mario Pannunzio, ha pubblicato, per Genesi Editrice, un volume che s’intitola Liberali puri e duri. Pannunzio e la sua eredità e che raccoglie saggi e vignette di molti autori. Da un discorso che Indro Montanelli tenne nel 1988 a Torino in memoria di Pannunzio morto vent’anni prima, e che è incluso nel libro, abbiamo tratto questi passaggi. 

di Indro Montanelli

’62, quando arrivò al termine al Corriere della Sera la direzione Missiroli, io e il redattore capo che era Mottola, l’onnipotente Mottola, eravamo molto preoccupati per la successione e così pensammo che il direttore ideale del Corriere della Sera sarebbe stato Pannunzio. Pensavamo a Pannunzio, ma ci consultammo con Libonati che era l’uomo materialmente e sentimentalmente forse anche più vicino a Pannunzio e gli chiedemmo consiglio. «Che facciamo, glielo diciamo prima a Pannunzio o non glielo diciamo?». E Libonati ci pensò un po’, poi disse: «Sentite, è meglio prenderlo di contropiede perché io lo conosco; prima sistemate la faccenda a Milano, se gli verrà fatta l’offerta, allora forse si potrà». E noi andammo dai Crespi, che erano i proprietari, gli editori, i quali usavano consultarci quando avveniva il cambio di direzione; Mottola e io fummo consultati e allora noi presentammo la candidatura di Pannunzio del quale, a dire il vero, questi tre editori non sapevano quasi nulla. Glielo spiegammo, ma insomma questi non capivano bene chi era Pannunzio e allora, ad un certo punto, io, commettendo una delle gaffes più clamorose (io ne ho fatte tante di gaffes, ma questa fu una delle più clamorose), e per sintetizzare dissi: «Insomma, ecco, Pannunzio è Albertini».
Sentii un gelo attorno a me. Mottola ebbe un sussulto e quando uscimmo mi disse: «Tu sei proprio pazzo, questi vivono nell’incubo di Albertini che non gli consentiva di entrare al Corriere della Sera e tu gli vai a dire che è Albertini». Insomma, la proposta non fu mai fatta a Pannunzio, però Pannunzio lo seppe, evidentemente glielo disse Libonati, e allora un giorno che ero a Roma mi telefonò, mi propose di andare a colazione insieme a lui, e un bel momento, di punto in bianco, mi disse: «Senti un po’, chi ha fatto credere a te e a Mottola che io avrei accettato la direzione del Corriere della Sera?». «Mario - gli dissi - non è che noi ti offrissimo la direzione dello “Squillo della levatrice”, ti offrivamo il Corriere della Sera, insomma, credevamo di poterti offrire il Corriere della Sera». Disse: «Ma non ti è venuto il sospetto che la semplice idea, che la semplice ipotesi che io lasciassi Il Mondo per venire a dirigere il Corriere della Sera, fosse offensiva per me?». Ecco Pannunzio. Ecco la lezione di Pannunzio. Qualcuno ha ironizzato sul fatto che si suol dire che Pannunzio è stato «la nostra coscienza»; questa frase l’ho messa in circolo io, era quella che chiudeva il mio articolo per la morte di Pannunzio. La rivendico: è vero che quando si conia una frase, bisognerebbe sempre pensare all’uso e agli abusi che poi se ne possono fare, ma quello che ho detto è vero, è stato la nostra coscienza. E questa è la lezione.
E a proposito di questa leggenda della frigidità sentimentale ecco un altro episodio. Io soffrivo moltissimo della rottura fra Longanesi e Pannunzio e con Longanesi, poi, avevo finito di litigare anch’io in seguito alle mie corrispondenze dall’Ungheria, perché Longanesi pretendeva che io scrivessi che quella insurrezione l’avevano fatta i borghesi in nome degli ideali liberal-democratici. E non era proprio così, assolutamente non era così. Avevo scritto la verità, avevo scritto che quella rivolta era nata all’interno del partito comunista, dal «GUF» comunista ungherese e su questo Longanesi, che aveva un carattere impossibile, aveva rotto anche con me. Stemmo un anno senza parlarci poi, per fortuna, degli amici si misero di mezzo e facemmo la pace. Trovai un Longanesi stranamente arrendevole e quasi dolce e allora io ne approfittai per dire: «Ma Leo, tu in questo momento hai rischiato di rimanere completamente solo; ricordati dei vecchi amici, ricordati di Pannunzio. Non sarebbe l’ora di finirla con questa rottura?». E lui quella volta - avevo già fatto dei tentativi in questo senso che erano stati respinti, a dire il vero, da tutte e due le parti - invece fu molto arrendevole e allora io andai da Pannunzio e gli feci lo stesso discorso: «Allora sarebbe ora di finirla con questa storia, abbiamo lavorato per tanto tempo insieme e abbiamo fatto tante cose insieme». E Pannunzio nicchiava. Io gli dissi: «Guarda, sono preoccupato per Longanesi, perché l’ho trovato buono e Longanesi buono deve star molto male».
Era vero, Longanesi buono doveva star molto male e allora Pannunzio disse: «Va bene, cerchiamo di “arrangiare”, però, deve avere l’apparenza di un incontro fortuito». Ed io organizzai questo «incontro fortuito». Avvenne, i due si strinsero la mano, ci fu un po’ di imbarazzo, ma poi la conversazione prese avvio e finalmente questa rottura venne saldata. Venti giorni dopo, Longanesi morì. Longanesi morì, come sapete, d’un colpo, improvvisamente, a 52 anni e naturalmente il compito di salutarlo sul Corriere della Sera fu mio. L’indomani Pannunzio mi chiamò, disse, per farmi i complimenti per quest’articolo. Io capii subito che non era per questo perché Pannunzio non scialava molto in complimenti, soprattutto odiava il telefono e infatti la verità venne a galla alla fine del discorso ed era una verità semplicissima. Mi disse: «Volevo ringraziarti per l’altra sera - fece una pausa - meno male che mi sono riconciliato con lui prima che morisse». Questo era Pannunzio.
Un’altra leggenda che circola su Pannunzio è quella che rappresenta un Pannunzio monolite, rimasto sempre lo stesso. Non è vero, non è assolutamente vero. Pannunzio fu un uomo di straordinaria coerenza, ma il Pannunzio del Risorgimento Liberale e dei primi tempi de Il Mondo non era certo il Pannunzio dei suoi ultimi anni di vita. Un uomo stanco, amareggiato e deluso. Eravamo delusi insieme perché in fondo le sue battaglie erano state un po’ anche le mie. Entrambi avevamo avuto come punto di riferimento politico Ugo La Malfa che, intendiamoci bene, non era lui che ci aveva deluso, ma insieme a lui avevamo fatto la battaglia per la terza forza, la battaglia per il centro-sinistra e, insomma, i risultati non erano certo esaltanti. Pannunzio era più deluso di me, perché in questa battaglia aveva messo più impegno e investito più speranze di quanto avessi fatto io. Lo dico a mio disdoro, non a disdoro suo. L’uomo si era impegnato a fondo. Non era soddisfatto dei risultati e mi ricordo che un giorno disse: «Vedi, al tempo del fascismo eravamo in pochi e diventavamo sempre di più, oggi siamo in pochi e diventiamo sempre di meno». Era una conclusione molto amara.
Ripeto ancora una volta, non sono l’erede di Pannunzio. Vorrei esserlo.