Le battaglie di Veronesi che imbarazzano il Pd

Dall'aborto all'eutanasia, le sue convinzioni rischiano di contrariare l'ala cattolica. Ma l'oncologo, capolista al Senato, assicura: "In Parlamento non tratterò temi etici"

Roma - Era stato meno tetragono sul suo futuro politico. Quando lasciò la poltrona di ministro della Sanità nel governo Amato (primavera 2001), dopo un anno passato a tentare di far dimenticare i precedenti quattro di Rosy Bindi, aveva detto addio alla politica, «senza rimpianti». «Torno fra gli scienziati, almeno parlano chiaro», aveva ripetuto nelle interviste di rito. «Non mi candiderò mai», aveva aggiunto. Due anni fa ha resistito alle lusinghe di chi lo voleva sindaco di Milano nel centrosinistra: scelse ancora la ricerca sul cancro e la cura dei suoi malati.

Ora ha cambiato idea e lo si può capire. A 82 anni, con l'eleganza e il sorriso che non lo abbandonano mai, ha accettato di guidare la lista del Partito democratico per il Senato in Lombardia. Avrà rispolverato i sondaggi che da ministro lo indicavano come il politico più popolare, perfino più dei duellanti Rutelli e Berlusconi, mentre il centrosinistra sprofondava.

Ma se sulla discesa in campo ha avuto un ripensamento, sulle convinzioni di fondo no. Veltroni l'ha scelto conoscendo alla perfezione qual è il pensiero del professor Veronesi sulle questioni «eticamente sensibili», uno dei temi caldi di questa campagna elettorale. Ed è un pensiero unico, incrollabile, coerente, immutato negli anni; un pensiero laico, scientista, antiproibizionista, che il grande ricercatore esprime sempre con misura e pacatezza ma senza cedimenti. La scienza come unica frontiera della ragione.

Dall'aborto all'eutanasia, dalle droghe libere alla fecondazione assistita, dalla pillola del giorno dopo alla clonazione, non c'è un argomento di carattere etico che trovi Veronesi d'accordo con la Chiesa. «Sono integralista soltanto nella lotta al fumo», ribadisce. E nel cibo vegetariano. Sul resto il suo maestro è Seneca, filosofo stoico morto suicida: «Non è fondamentale vivere, ma vivere bene. Una vita dimezzata perde il suo significato».

«L'eutanasia è un atto di carità», ha sempre sostenuto: «con il consenso del paziente» nel caso in cui voglia «interrompere una vita diventata dolorosa, insopportabile, senza prospettive, una vita di emarginazione e solitudine». Per esempio, i malati in stato vegetativo permanente, quelli che Veronesi chiama sbrigativamente «morti viventi». Da ministro chiese più volte che si aprisse «una grande discussione etica e filosofica, senza crociate contro o a favore»; ma il suo convincimento è chiaro: «Nella concezione laica della vita noi pensiamo che ciascuno abbia il diritto di scegliere il proprio destino e di decidere di interrompere la propria esistenza quando sussista un insieme di condizioni, come in casi di grande sofferenza o di solitudine».

La legge 40 sulla procreazione assistita è «ingiusta e disumana, antiscientifica, illiberale e oscurantista». Veronesi si batté contro l'astensionismo al referendum criticando tra gli altri Francesco Rutelli («che lo faccia la Chiesa è normale, che un politico dei massimi livelli accetti questa condizione è una cosa che mi lascia sconvolto»); dopo la sconfitta è tra i promotori di un comitato per la riscrittura delle norme. Era il 1995, invece, quando si schierò per la liberalizzazione delle droghe leggere; e scatenò una tempesta quando si ripeté da ministro. «Sono contrario a ogni tipo di droga, ma il proibizionismo non paga. Il tossicodipendente è un malato da curare, ogni mezzo è valido per curarlo e liberarlo dal rischio di overdose e infezioni».

Veronesi è uno strenuo difensore della legge 194: «Ha funzionato bene, ha diminuito le interruzioni di gravidanza e non vedo la necessità di cambiarla, o vogliamo tornare al sistema selvaggio dell'aborto clandestino?». Ed è un propugnatore della pillola Ru486: «Assurdo che non venga offerta alle donne come alternativa all'intervento. Se abbiamo la possibilità di interrompere una gravidanza con un metodo farmacologico, meno traumatico di un'operazione chirurgica ma capace di ottenere lo stesso effetto, non vedo perché rinunciarvi». E la clonazione? «Nessuno deve fermarla», sentenziava quando si aprì il dibattito sulle cellule staminali: «Clonare cellule significa salvare delle vite».

L'Espresso l'ha magnificato come il «gran laico»; nel 2000, anno del Giubileo, Repubblica beatificò l'allora ministro come «unica voce davvero laica nel coro mistico di fine secolo». Adesso, da candidato al Senato, sa di avere qualche problemino con i cattolici del Pd. Ma ha già messo le mani avanti: «Non tratterò temi etici, nella mia attività parlamentare mi occuperò di fame nel mondo e disarmo. Sono soprattutto un pacifista». Chissà se basterà per andare d'accordo con la Binetti.