Battere i canguri, un dovere non una ripicca

Parliamoci chiaro: abbiamo un calendario che sembra disegnato da Moggi. Oggi l'Australia, più avanti Svizzera o Ucraina. Chiamiamo le cose con il loro nome: è una passatoia rossa verso le semifinali, cioè verso un posto tra le quattro potenze del pianeta. Questo per evitare stupide manfrine. Questo per non sputare sul piatto generoso della fortuna, anche perché la fortuna potrebbe pure risentirsi e farcela pagare carissima.
Eppure, anziché accendere un cero a Lourdes, da giorni stiamo raccontando lo scontro con l'Australia come una guerra mondiale. Vai a sapere: magari siamo tutti delusi perché non ci è capitato il Brasile. Hiddink, il cittì dei canguri? Un genio. La nazionale dei Grella e dei Bresciano? Una terribile macchina da guerra, formata da supereroi dell'atletica, però guai sottovalutarli anche sul piano tecnico, perché non sono affatto male. E il Portogallo che s'è trovato l'Olanda, o viceversa? E la Spagna che ha la Francia, o viceversa? Nemmeno s'immaginano il privilegio d'evitare l'Australia...
Allora, fuori dal patetico teatrino nazionale: la partita di quest'oggi è doverosamente da vincere. Magari, finalmente, ristabilendo sul campo la differenza che corre tra il calcio italiano e quello australiano, storicamente e tecnicamente agli antipodi, non solo geografici. Punto. Non esistono attenuanti. Se poi vogliamo dire che nessuna partita è mai facile, come la leggendaria Corea ci ha insegnato tanto tempo fa, diciamolo pure: ma serva da avvertenza per evitare stupide leggerezze, non per mettere le mani avanti.
Questo per quanto riguarda la partita. Poi c'è il dopo-partita. Finora sembra che gli azzurri abbiano giocato soltanto per levarsi sassolini e ricacciarci in gola chissà quali colpe. Dopo il Ghana, Buffon rialza subito la cresta per definire cavolate i resoconti sulla sua stupefacente attività di scommettitore. Dopo gli Stati Uniti, l'intero gruppo ringhia offeso perché in Italia abbiamo «massacrato il povero De Rossi», colpevole di una veniale gomitata in faccia all'americano (se McBride ha lo zigomo debole, che stia a casa). Il massimo, dopo il successo sui ceki: nemmeno si fa in tempo a dipingere la bella storia di Materazzi, panchinaro leale subito pronto a segnare un gol bellissimo e a giocare una partita perfetta, che lui si presenta per presentare il conto. Dedicato a chi l'ha «massacrato», dedicato a chi sul suo conto avrebbe sparato «solo cattiverie». A sostegno interviene pure la moglie: «Marco merita questa soddisfazione, dopo tutte le cattiverie che ha ricevuto». Su tutto e su tutti, Lippi: «Le scelte che faccio non ve le spiego. Così come non darò mai la formazione. Mi fate passare per antipatico. E vi raccomando le trasmissioni televisive...».
È evidente: stanno giocando più per risentimento che per sentimento. Se è un modo per scimmiottare i leggendari dell'82, che vinsero il Mondiale anche per reazione alle critiche, come tutte le imitazioni risulta abbastanza sgangherato. Sappiano almeno, gli azzurri, che replicare quel modulo comporta poi tassativamente la vittoria mondiale. Altrimenti è un boomerang che torna in testa. E comunque sappiano pure che in questo giochino nessuno li seguirà. A questa nazione in stato di ebbrezza servono solo belle vittorie, non acide rivincite.