Il battesimo del Terzo polo è un funerale

Il grande centro è evaporato nel giorno in cui avrebbe dovuto dimostrare
di esistere mandando a casa il Cavaliere. La verità è che Fini, Casini e
Rutelli per sopravvivere in termini elettorali sono obbligati a
cannibalizzarsi fra loro

Mai vista tanta gente a Montecitorio. È ancora mattina. Si fa la fila alla buvette per cornetto e cappuccino. Pannella con la coda di cavallo bianca scambia sorrisi e pacche sulle spalle. Quando incrocia Rutelli guarda perplesso la sua camicia rosso mattone. Non dice nulla e passa oltre. Casini è meno discreto: «Guarda Francesco che con questa camicia il terzo polo non si fa...». «È risorgimentale», si giustifica Rutelli. Casini fa uno sguardo come per dire: appunto.

Quello che accade dopo lo sanno tutti. La sfiducia non passa. Il tentativo di disarcionare Berlusconi è fallito. Il grande centro resta un’ipotesi indimostrabile, un non luogo della politica italiana, una leggenda che strambi viaggiatori sostengono di aver visto, sognato, tramandato. Un cronista, dopo il voto, guarda la faccia di Rutelli: «Poveretto, oggi non c’è nessuno più disfatto di lui». Un altro aggiunge: «Ti sbagli, c’è Fini». Solo Casini continua a sorridere.
La colpa, naturalmente, non è della camicia di Rutelli. Questo 14 dicembre ha reso evidente quello che da un po’ di tempo molti sospettavano. Il «terzo polo» è morto prima di esistere. È stato messo lì come un spok, un illusione, uno spettro che ricorda un residuo di anima, ma è solo una finzione, un artificio che avrebbe dovuto spaventare Berlusconi, ma senza una vera consistenza politica. Il voto lo ha fatto evaporare. Sparito. E si è portato dietro anche il fantasma del governo tecnico. A questo in fondo serviva la sfiducia. Berlusconi sarebbe rimasto in balìa dei giochi di palazzo. I suoi avversari potevano salire al Quirinale e dire a Napolitano: «Vedi c’è un’altra maggioranza. Non serve andare al voto. Governiamo noi». Il verdetto del 14 dicembre ha reso tutto questo impraticabile. Il terzo polo non serve più a nulla.

Che c’è lì, al centro? È un rifugio. È un parcheggio. È la ridotta dove trovano ristoro quelli che scappano da destra o da sinistra. Non è una spazio di dialogo. Non è l’isola dei moderati, tanto è vero che ci vivacchia uno come Granata. Il centro è una terra di nessuno. È un corridoio tra due confini. È un posto da cui ripartire, il guaio è che anche quelli che lo evocano non hanno mai creduto in lui. Il centro, appunto, resta una finzione. È il regno della tattica spicciola. Ma il suo orizzonte non va oltre il giorno per giorno. Ecco, lì al centro si sopravvive.

Quando dicono che Udc, Fli e Api andranno insieme alle elezioni stanno mentendo. Il centro è uno spazio politico molto angusto. Non ha nulla di grande. Casini, Fini e Rutelli sono alleati solo sulla carta, di fatto sono tre concorrenti con alle spalle una leadership interrotta. A tutti e tre manca qualcosa. Sono anni che scommettono sul post berlusconismo. I tempi sono stati più lunghi di quanto immaginassero. Ma il vero problema è che per crescere ognuno dei tre deve cannibalizzare gli altri due. Fini e Rutelli si stanno chiedendo cosa farà adesso Casini. Un parlamentare dell’Udc confessa, in cambio dell’anonimato, la strategia del suo capo e lo fa con poche parole: «In realtà noi non ci fidiamo di Fini, ci ha fregato già oggi e non ha un gruppo compatto. Se Berlusconi ci offre qualche garanzia noi saremmo pronti. Speriamo». I post democristiani non sono delusi. Sono infastiditi. Ce l’hanno con i finiani. Li trovano eccessivi. Presuntuosi. Fanfaroni. Non capiscono come si fa ad andare allo scontro con tanta sicurezza, giurando e spergiurando che i numeri sono a favore, per poi scoprire alla vigilia che il loro stesso partito è un castello di sabbia, una pastafrolla. C’è rabbia. La stessa che leggi in certe frasi in controluce di Bersani: «L’enfasi di Fini e Casini non ha portato a nulla». Il prodiano Parisi è ancora più chiaro: «Avrei preferito avessimo perso nel voto con le nostre ragioni, invece che all’inseguimento di un inesistente terzo polo».

Fuga. Questo sta accadendo. La stagione del centro sta finendo. Tornerà. Come area di sosta. Ma adesso li vedi con le valigie cercare di passare il confine a destra o sinistra. Il Pd da questa storia esce più forte. Ha dimostrato che l’opposizione possibile sono ancora loro. Non è tanto, ma è tutto quello che esiste. Casini sente battere nel dna la sua vocazione maggioritaria. Si racconta di altri finiani delusi sulla rotta di casa. Restano gli altri. E al momento non sanno assolutamente cosa fare.