"Battiamo Csi perché mettiamo in gioco l’anima"

Michael Weatherly, il detective italo-americano di Ncis: "Alle ricerche al microscopio e al Dna preferiamo il lato umano"

Milano - Gli occhi blu del quarantenne Michael Weatherly sorridono divertiti, quando descrive l’agente Tony DiNozzo, il detective che interpreta nel telefilm Ncis: «DiNozzo pensa solo a donne, pistole e indagini, e passa il tempo a fare battutacce. Praticamente sono io quando avevo tredici anni», scherza. Anzi, alcuni sostengono che il mio non sia un lavoro, in fondo mi limito a interpretare me stesso. Per fortuna, almeno mamma è convinta che io sia un po’ meglio di Tony». Michael Weatherly è stata la star più acclamata del Telefilm Festival di Milano: tutto merito di quel sorriso caldo da divo di Hollywood e della voglia di scherzare assieme ai fan, senza prendere troppo sul serio il successo che ha raggiunto grazie al serial. In America, Ncis ha fatto più ascolti del Dottor House e Csi; da noi va in onda da cinque anni, la domenica in prima serata su Raidue.

È vero che nella sesta stagione, in Italia a settembre, DiNozzo perderà il suo proverbiale senso dell’umorismo?
«Ha sempre avuto una vena malinconica, che crescerà in proporzione alle sue responsabilità di detective».

Con la collega Ziva, ex agente del Mossad, interpretata da Cote de Pablo, si respira una certa tensione.
«Nell’ultima puntata mi ha tirato una pistola in testa, magari era il suo modo per dirmi che mi ama... Non so come si evolverà il loro rapporto, ma mi chiedo se un uomo possa innamorarsi di una donna assassina».

Si vocifera che presto lei potrebbe lasciare Ncis.
«Lo sparo che ti uccide non lo senti arrivare, non so se produttori e sceneggiatori stiano decidendo di fare a meno di me. Di certo, io non voglio andarmene».

Le indagini di Ncis sono avvincenti: ma assieme all’abilità professionale, emergono gli aspetti più umani dei protagonisti.
«È il segreto del nostro successo, nelle nuove stagioni conoscerete Tony e gli altri ancora più a fondo. Non vivono storie d’amore da soap stile Grey’s Anatomy e non pensano solo a risolvere casi come in Csi. Gli agenti di Ncis mettono in gioco anche l’anima».

A proposito di soap, agli esordi ha recitato in «Quando si ama».
«Ero felice, avevo 23 anni e passavo le giornate girando scene romantiche con donne stupende. Una l’ho persino sposata. Abbiamo fatto un figlio e poi abbiamo chiesto il divorzio. Ora penso che le soap servano a conciliarti il sonno quando sei ubriaco».

E della crisi che sta colpendo Hollywood che cosa pensa?
«Ne ho sentito parlare, magari ci comprerà la Fiat».

Ma come vive un divo delle serie americane?
«Corro come un criceto nella ruota. Per dieci mesi all’anno mi alzo alle cinque e mezzo e alle sette sono già in scena, fino alle dieci di sera. A quel punto mi trascino a casa, stappo una bottiglia di vino rosso e, in genere, crollo sul tavolo. Ogni nove giorni, in compenso, mi staccano un bell’assegno consolatorio».

Che rapporto ha con il successo?
«Monogamo, ho occhi solo per lui. Magari è lui che tradisce me, ma non voglio saperlo. E comunque cerco di prendere da solo tutte le decisioni che mi riguardano, alla larga da agenti e manager».

Non si sente sotto pressione?
«A un certo punto mi sono sentito demotivato, stanco di chiedermi che cosa piacesse alla gente. Poi, durante la prima stagione di Ncis, ho iniziato a guardare i film di Fellini e Antonioni, quando recitavo mi atteggiavo come se fossi Mastroianni. Così ho ritrovato l’entusiasmo, ora mi diverto a improvvisare, sono diventato un terrorista della recitazione».

Nonostante l’entusiasmo dei telespettatori, Ncis non ha mai vinto l’Emmy, l’Oscar della tv americana.
«Non lo so e non m'importa. Di questo mestiere amo il momento in cui inizio a girare una nuova scena. Stringere il copione e come essere uno scultore davanti a un blocco di marmo. Insomma, per un attimo mi sento Michelangelo. E nessun premio potrà mai darmi un’emozione così».