Battiato: «Con Musikanten racconto il mio Beethoven»

Oggi il cantante è al cinema Palestrina per l’anteprima del suo nuovo film

Ferruccio Gattuso

«Devo tutto a loro. Se faccio questo lavoro, se mi sono potuto mantenere, se ho potuto cercare nuove strade espressive». Sarà anche schivo e riservato Franco Battiato, sarà anche una figura d'artista aristocratica nei gesti e nelle predilezioni estetiche. Eppure, quando si tratta di dire qualcosa sul proprio pubblico, il compositore-poeta-regista sceglie parole elementari e impiegate sovente da altri colleghi di musica. Con la differenza che, in bocca a lui, non suonano plastificate in formule da comunicato stampa.
Franco Battiato ha un rapporto speciale con il proprio pubblico, soprattutto per un motivo, che ha a che fare con la fortuna più grande per un artista: la libertà. «Ho sempre creato per soddisfare una mia necessità artistica, non ho mai inseguito il responso commerciale - spiega il musicista siciliano, adottato in gioventù da Milano, come raccontò nel suo film autobiografico Perduto Amor -. E la gente che mi ha apprezzato e ha capito le mie motivazioni è stata fedele negli anni. Mi ha permesso di scrivere non per dovere. E questo mi ha dato libertà espressiva totale. Anche oggi, nella mia esperienza cinematografica, so di non avere alcun dovere verso nessuno. Scrivo per me stesso, racconto ciò che mi sento, nelle forme che voglio. L'unico obiettivo è, e deve sempre essere, l'arte».
In attesa dell'incontro di questa sera con il pubblico milanese, in occasione delle due proiezioni in anteprima del suo ultimo film Musikanten (ore 20.30 e 22.30, cinema Palestrina, ingresso 4,50 euro, il film uscirà nelle sale venerdì) Franco Battiato ha raccontato la sua ultima «passione» ai lettori del Giornale: un film sulla vita del compositore tedesco Ludwig van Beethoven, imprevedibilmente interpretato dal leggendario regista cileno Alejandro Jodorowsky.
La sua passione per il cinema prosegue e Milano c’entra sempre per qualcosa...
«Sì, Milano fu il mio approdo a un nuovo mondo, quando ci venni negli anni '60, proveniente dalla provincia siciliana. Mi sembra naturale presentare qui il mio film, incontrando il pubblico. Tra Musikanten e Perduto Amor, il mio primo film, le affinità finiscono qui, se si esclude lo stile narrativo e registico che mi è proprio e che resta immutato. Con questo film ho voluto raccontare la vita di Beethoven affidandomi più al suo epistolario che alle varie biografie scritte. Si scopre un personaggio e un artista modernissimo e, allo stesso tempo, un tipo di uomo completamente andato perduto».
Vuol dire che non esistono più geni?
«No, voglio dire che dalle lettere scritte dal compositore tedesco si scopre non solo un gigante della musica, ma un uomo di grande spessore etico. Non sempre i grandi artisti sono anche grandi uomini. Anzi, la creazione molto spesso conduce l'artista in trance, anche il più abbietto degli uomini, se talentuoso, può creare arte. Dall'epistolario, invece, emerge un Beethoven puro, morale, con un gran senso dell'umorismo».
È stato difficile convincere Alejandro Jodorowsky a vestire i panni di Beethoven?
«Sì e no. Le sue titubanze erano nella recitazione: Alejandro non aveva mai fatto l'attore. Ci ha messo una notte a convincersi. L'ho incontrato due anni fa qui a Milano, era di questi tempi perché c'era Sanremo in tv. La mattina dopo, sul celluare, avevo un suo messaggio. Era lui e diceva: sono Beethoven. Molti sul set sono rimasti colpiti da come Jodorowsky è entrato nella parte. Era quasi inquietante, sembrava la sua reincarnazione».