Battimani e niente scandali per la «Salome» senza veli

Clima festoso per l’opera riletta da Albertazzi con Francesca Patanè: voce squillante e fisico da pin up

da Roma

Vi interessa sapere se la censura ha tentato di vietare la rappresentazione della Salome di Richard Strauss, per il nudo in scena, come avvenne una trentina di anni fa ancora a Roma? Nessun tentativo. O se, alla fine della danza dei sette veli il pubblico ha richiesto, a suon di applausi, a Salome di continuare, come fece con la sensualissima Maria Ewing, al Covent Garden di Londra, negli anni Ottanta? Neanche questo. L'opera è filata liscia dall'inizio alla fine; e solo allora la protagonista Francesca Patanè è stata applaudita a lungo; mentre l'altra Salome, quella del prologo, l'attrice Marusza Albertazzi, venuta alla ribalta, ha ricevuto il generoso apprezzamento della platea per il suo corpo adolescenziale mostrato senza veli.
E così la Salome di Strauss ha inaugurato la stagione dell’Opera di Roma in un clima festoso, a teatro gremito e con il pubblico soddisfatto. Ma Salome è innanzitutto di Wilde: decadente, trasgressiva, fascinosa, fonte di ispirazione per il musicista. Proprio sulla doppia Salome Albertazzi voleva impostare il suo spettacolo, facendo precedere Strauss da Wilde. Costretto ad abbandonare il progetto iniziale, ha offerto solo un assaggio di Wilde - una semplice lettura a fini didascalici, superflua - con un prologo in prosa, affidato a tre personaggi chiave dell'opera: Erode, Erodiade e Salome, quest'ultima in una fugace apparizione, alla fine, letteralmente senza veli; con il quarto - Jochanaan, Giovanni il Battista - presente solo in voce, quella di Albertazzi.
Firmata da Lorenzo Fonda, la scena si apre su una spianata di pietra bianca; da un lato una scalinata e, in cima, una fila di colonne bianchissime; dall'altro, l'ingresso alla cisterna - una costruzione mezzo diroccata - dove Erode ha rinchiuso Jochanaan e che alla fine si rovescerà rivelando l'enorme testa, bianco latte, di Jochanaan decapitato, sulla cui bocca Salome può finalmente sfogare la sua lussuria necrofila. In alto, nel cielo, una luna gigante ora luminosissima ora nera, fedelissimo specchio della scena interiore. I costumi (di Elena Mannini) sono in stile romano; fa eccezione Erodiade che nell'opera, come già nel prologo, veste quello conosciuto con il titolo «la cappa nera», disegnato da Beardsley per illustrare la pièce di Wilde. La musica come la materia dell'opera sono incandescenti; e l'una e l'altra sottoposte a continui imprevisti sussulti. Strauss ha confezionato una partitura orchestrale fra le più lussureggianti, magmatiche, variopinte; ed una linea vocale di forte impronta; laddove Wilde aveva fatto emergere, senza censure, talune inconfessabili, spudorate, blasfeme pulsioni dell'animo. Francesca Patanè, la protagonista, ha una voce squillante specie nel registro medio alto e, nel difficile ruolo del titolo, non s'è risparmiata, superando indenne il muro dell'orchestra che ha oscurato tutti i comprimari ; ma non s'è tirata indietro neppure quando Albertazzi le ha chiesto di essere seminuda per tutta l'opera, potendo ancora esibire un fisico da pin-up; ben piantata la voce di Reiner Goldberg nel ruolo di Erode, perennemente isterico, qualche volta terrorizzato; statuario, per profilo vocale, Annoshah Golesorkhi (Jochanaan); Graciela Araya, onesta Erodiade; meglio, infine, il quintetto di ebrei, neri come gufi, intento a sputare sentenze sulle Scritture. Il direttore Gunther Neuhold, chiamato all'ultimo momento a sostituitre Alain Lombard, ha fatto del suo meglio. Si replica fino a domenica. Nel ruolo del titolo, si alternerà Morenike Fadayoni.