Battista da Firenze

Nel secondo volume della rigorosa Bibliotheca Sanctorum (Città Nuova Editrice), opera di parecchi tomi e parecchio costosa, si trova una brevissima presentazione di questo Beato francescano, evidentemente nato a Firenze (dato il nome religioso) e sicuramente morto a Campli, in diocesi di Teramo, verso il 1510. Su di lui non è riportato altro, tranne uno stringato “lacrymarum et ecstasum dono meruit a Domino”. Per chi non sa il latino, ecco la traduzione: “Meritò dal Signore il dono delle estasi e delle lacrime”. Ora, di che cosa siano le estasi un’idea l’abbiamo, certo; ma di sicuro restiamo un po’ interdetti davanti al “dono” delle lacrime. L’aveva anche Padre Pio, pure lui francescano. Piangeva tanto che gli si formava la pozzetta d’acqua ai piedi. Non gli bastavano fazzoletti, letteralmente. Su che cosa piangeva? Le solite cose dei santi: la Passione di Cristo e i propri peccati. Ma perché si tratta di un “dono”? Perché nell’aldilà peggiore (inferno e purgatorio) una delle pene è il rimorso: vedere tutto chiaramente, la propria vita, le scelte fatte, e mangiarsi le mani per aver sbagliato, da fessi, tante volte. In questa vita è, appunto, un dono non avere le idee molto chiare in proposito, così che Dio possa perdonare quelli che non sanno quel che fanno. Ma a coloro che si mettono d’impegno sulla strada giusta Dio fa un dono migliore: fa loro vedere con chiarezza la Sua bontà e, in riflesso, quanto sono stati sciocchi fin lì. E quanto le personali insufficienze ostino all’incontro con la Felicità maiuscola e totale. Infatti, a saperlo, c’è veramente da piangere.