Battisti ci prende in giro: «Qui mare, belle ragazze e divertimento. Grazie Lula»

Buon Ferragosto, Italia. Siamo a milioni in giro per spiagge e sentieri alpini, città d’arte e trattorie fuoriporta. Più o meno cercheremo tutti di dimenticare i grattacapi per qualche ora, tutti tranne uno, che di grattacapi non ne ha più, grazie alla solerte collaborazione della giustizia brasiliana. Ma sì, ma certo, proprio lui, il miracolato Cesare Battisti. Non c’è gara: va sicuramente assegnato all’ineffabile «rifugiato politico», che qui ci ostiniamo a considerare spietato pluriomicida, l’oscar dell’italiano più spensierato e godereccio di questa estate 2011, anche se là è inverno. Per meritarsi l’ambìto riconoscimento, il fenomeno ha raccontato a un settimanale brasiliano quanto se la stia godendo, quanto sia sereno, quanto il destino finalmente gli sorrida. Dal diario di un’esistenza beata: «Ho trascorso alcuni giorni di vacanza su una spiaggia a sud di Rio de Janeiro, la cidade meravilhosa. Ho fatto lunghe passeggiate, comprando personalmente pesce fresco in riva al mare e cucinandomelo subito sul posto. Adoro le spiagge e le belle ragazze di Rio...».
Sembra la sceneggiatura di un film caciarone e un po’ porcello del filone De Sica, qualcosa del genere «Vacanze a Copacabana». In questo caso c’è ben poco da scherzare, perchè non è un goliardico racconto di fantasia, ma l’irriverente testimonianza di un tizio che per la giustizia italiana dovrebbe trascorrere un bel po’ di Ferragosti, e pure di Natali e Capodanni, in galera. Con l’inconfondibile stile spocchioso e provocatorio cui non è mai venuto meno, Battisti sembra divertirsi ad irridere l’Italia umiliata, raccontando senza pudori una vita da sogno che moltissimi italiani non potranno mai permettersi. L’elogio di questo soggiorno brasiliano si spinge al punto estremo, come una riconoscenza filiale verso la terra che gli ha ridato un futuro, alla faccia nostra: «Non ho alcuna intenzione di lasciare il Brasile. Voglio mettere su casa qui. Adoro Rio, mi ricorda Napoli e Marsiglia, luoghi dove mi è piaciuto stare...».
E come contraddirlo: chi mai, al suo posto, potrebbe accusare disagio e crisi d’ambientamento nel Paese che ha ribaltato la nostra storia, trasformando un cecchino in povero martire, ripagandolo con bella vita e libertà, persino la libertà offensiva di ribadire che «io non ho mai ammazzato nessuno, mi hanno stritolato in mezzo ai giochi politici italiani, devo solo ringraziare il ministro Genro per il coraggio col quale ha esaminato il mio caso, resistendo alle pressioni dei potenti e concedendomi lo status di rifugiato».
È chiaro: già favoloso di suo, il Brasile appare agli occhi di Battisti come il nuovo Eldorado. E dove lo trova un altro paradiso così romantico e così ospitale. Del Brasile non si butta via niente, nemmeno i giorni della carcerazione: quelli sono un investimento sicuro, i cui rendimenti matureranno non appena le memorie saranno pronte per la stampa. Battisti ci sta lavorando sopra, c’è già il titolo («Ai piedi del muro»), l’uscita è prossima. Da come glielo stanno pompando gli amichetti del circolino, al confronto Silvio Pellico e le sue prigioni sono un raccontino insulso per bambini scemi.
Bella la vita, signor Cesare Battisti. Chi l’avrebbe detto, nell’altra vita, quando rabbioso e spietato faceva giustizia contro il mondo intero. Quanto è lontana quell’epoca. Quanto va tenuta lontana, a scanso di spiacevoli responsabilità. Complimenti al Brasile, che crede di averla messa al riparo dalla barbarie e dalle torture di questa famigerata Italia, conosciuta nel mondo per l’efferatezza dei suoi sistemi. Ma soprattutto complimenti a lei, che da perfetto impunito non prova nemmeno il minimo imbarazzo nel mandarci certe cartoline. Nessuno qui stenta a credere che lì stia da papa, e che non le passi nemmeno per l’anticamera del cervello di cambiare spiaggia. Premiandola come l’italiano più smaccatamente contentone di questo Ferragosto 2011, prendiamo nota della frase più ruffiana e commovente: «Ormai sogno perfino in portoghese». Bravo, faccia il portoghese, che le viene bene. Le capitasse mai di risognare in italiano, l’augurio di noi tutti è che almeno sia un feroce incubo, come i nostri ricordi.